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I ❤ ME : come l’autoStima e l’autoEfficacia possono aiutarti a vivere meglio

Quanto l’autoStima e l’autoEfficacia sono importanti per il raggiungimento degli obiettivi che ci prefissiamo? Quanto sono importanti per il nostro “vivere bene”?  Due parole utilizzate spesso, di cui forse non abbiamo ben chiaro l’esatto significato e soprattutto quali siano le loro implicazioni su di noi.

Che cos’è l’autoStima? E’ quella cosa che quando ci guardiamo allo specchio pensiamo “mamma mia quanto sono carina”? 😎 Beh, detta così sembrerebbe un po’ banale, anche perchè non riguarda solo il lato estetico. In realtà l’autoStima è la coscienza del proprio valore, quel valore che attribuiamo all’immagine che abbiamo di noi stessi. Quel valore che ognuno di noi ha perché esiste, quel valore che nessuno ci può togliere.

Oltre all’autoStima “di base”, quella cioè che sviluppiamo durante l’infanzia, attraverso il rapporto con i genitori e le figure significative, esiste anche un’autoStima “di accrescimento”, che sviluppiamo durante la crescita, la maturazione, attraverso le relazioni, i successi ottenuti, l’approvazione sociale. Questo perchè l’autoStima è legata anche all’influsso indotto: le altre persone, che ci piaccia o no, esercitano un’influenza su di noi, sta a noi decidere che peso dare.

L’autoEfficacia, invece, è la convinzione circa le proprie capacità di produrre un risultato. Quante volte vi è capitato di non sentirvi all’altezza del compito, di non essere adeguati per un determinato ruolo/lavoro? In realtà non esiste una correlazione diretta fra autoStima e autoEfficacia, infatti una persona può giudicarsi incapace di svolgere una certa attività, senza però subire una perdita di autostima (esempio: non sono capace di giocare a tennis, ma mi piaccio lo stesso).

Ci sono alcune cause alla base di un elevato livello di autoEfficacia:

Esperienze affrontate con successo

Osservare persone simili a noi che, con l’impegno, raggiungono i propri obiettivi

La persuasione – una persona ci convince che abbiamo le capacità necessaria, che “ce la possiamo fare”. Forse quest’ultimo è il metodo meno efficace, anche perché dipende dal tipo di persona. Ci sono persone che fanno fatica a fidarsi dell’altro più di altre e sono quindi più difficili da convincere.

Un buon livello di autoEfficacia è indispensabile nel mondo del lavoro come all’università; stessa cosa vale per l’autoStima, anche se ha un peso leggermente inferiore.  Se una persona non sta bene con se stessa, sarà difficile che gli altri si trovino bene con lui; ugualmente, se non sei tu in primis a credere in te stesso e nelle tue capacità, sarà difficile che un altro lo faccia per te.

La mia vita da studentessa mi ha messo spesso alla prova in termini di autoStima e autoEfficacia e, sulla base della mia esperienza universitaria, vorrei condividere con voi quello che ho imparato per avere più fiducia in sè 😉 Ecco i miei consigli:

Positività sempre e comunque: provate a sorridere un po’ di più

Siate mentalmente e fisicamente presenti/attivi su quello che state facendo: siate concentrati, non date spazio alle distrazioni

Riconoscete il vostro valore: come dicevo prima ognuno di noi ce l’ha, cercate di valorizzarlo. Vi farà sentire meglio con quello che state facendo e sicuramente influenzerà positivamente il lavoro che state facendo

Fate tante domande; non siate pigri, risolvete sempre i vostri dubbi, senza paura di essere giudicati. Sbagliare è umano

Usarte sempre il buon senso: fondamentale nella vita

Adattatevi al cambiamento: non abbiate paura delle trasformazioni, siamo in un contesto in continuo cambiamento, dobbiamo abituarci. E soprattutto, c’è sempre un’opportunità da cogliere o qualcosa di nuovo da imparare quando cambia qualcosa.

Siate aperti a nuove relazioni. Isolarsi non ha mai aiutato nessuno, cerca di vedere nell’altro il lato positivo prima di quello negativo

 

E voi cosa ne pensate? Quali sono secondo voi gli atteggiamenti giusti da adottare per sviluppare autoStima/autoEfficacia? Aspetto i vostri consigli 😉

Benedetta 🌺

Dal “Work” allo “Study-Life Balance”: consigli di una studentessa per gestire bene il proprio tempo

E’ da poche settimane che ho iniziato il mio primo stage con Giada…per me è un mondo tutto nuovo! La mia poca esperienza mi suggerisce che devo ancora comprendere cosa significhi davvero lavorare, ma osservando le persone intorno a me, amici, cugini e conoscenti, penso di aver capito una cosa: le persone fanno sempre più fatica a conciliare la vita lavorativa con la vita privata, sono sempre più “sul pezzo”(e questo da un lato è positivo), ma sempre più stressati e sempre meno capaci di godersi il tempo libero. Il cosiddetto work-life-balance sembra essere un tema a cui non dedichiamo abbastanza tempo e su cui bisognerebbe riflettere.
Molti lo concepiscono come un obiettivo finale, una meta da raggiungere, ma personalmente credo sia un percorso lento e graduale, che deve accompagnare il proprio percorso di crescita, personale e lavorativo. La vita oggi poi è in continuo cambiamento, di conseguenza la difficoltà sta nel dover adattare continuamente le nostre esigenze al contesto che ci circonda, per trovare equilibrio e benessere.

Dunque, perchè non iniziare stabilendo una routine quotidiana? Cominciare a ritagliarsi qualche momento “solo nostro” durante la giornata è il primo passo necessario: ad esempio, dedicate 45 minuti ogni giorno a un po’ di attività fisica, una passeggiata al parco o una nuotata in piscina. Inoltre, non trascurate il fattore sonno! Assicuraratevi di dormire almeno 8 ore ogni giorno, vi sveglierete pieni di energia per affrontare al meglio la giornata lavorativa. Ci sono poi anche piccoli “passatempi” che consiglierei di ridurre: i social media, i tanto amati e cliccati social, dove spendiamo tantissimo tempo, a volte inconsapevolmente, senza rendercene conto, ma anche solo l’uso del computer. Ebbene si, sarebbero “nocivi” per il nostro benessere psicologico.

Uno studio di Forbes, infatti, dimostra che le persone che si astengono dal mandare mail o sms su whatsapp, quando sono a casa con la famiglia, provano un maggior senso di controllo sulle loro vite e una maggior capacità di rilassarsi.
Non tutti però ne sono veramente capaci: a volte il lavoro e i problemi familiari ci “travolgono” a tal punto da non permetterci più di “staccare la spina”, perché la mente è, come dire, troppo abituata a essere “sempre connessa”, a pensare sempre e comunque. Forse perché, nel profondo, siamo convinti che solo così otterremo il successo e gli obiettivi che ci siamo promessi di dover raggiungere; ma la realtà è che, se la mente è stanca, è anche meno attiva e di conseguenza ha un rendimento inferiore; la nostra concentrazione si riduce e tutto ciò si traduce in una peggiore performance delle attività che svolgiamo.

Spostandoci dal tema “work”, spesso il problema di “trovare un equilibrio” riguarda non solo i lavoratori di oggi, ma anche gli studenti.
Vi è mai capitato di perdere tempo prezioso da dedicare allo studio perchè non avete sentito la sveglia, o vi siete dimenticati di stampare le slides, oppure perchè quella vostra amica vi ha tenuto due ore al telefono? Ed ecco che allora il problema di pianificare bene la giornata non riguarda solo i lavoratori, ma anche noi. Forse soprattutto noi, quelli come me, studenti fuori sede all’ultimo anno di magistrale che non hanno più lezioni da seguire, ma ancora esami da sostenere, e devono quindi “auto-motivarsi”, “auto-gestirsi”. Potremmo chiamarlo “study-life-balance”, cioè trovare un proprio equilibrio studio-vita privata, riuscire a sfruttare bene il tempo ogni giorno, dal punto di vista dello studio, ma anche dal punto di vista dei propri interessi.

Dopo tanti anni di università, anche io sono riuscita a trovare il mio “balance”…Ecco gli step di una mia giornata tipo:

Sveglia ore 9:00 (colazione abbondante 😛 ) per le 9:30 spengo il cellulare e comincio a studiare, senza pausa, fino alle 12. La mattina mi sento più sveglia e propensa allo studio, quindi cerco di concentrarmi al massimo in questa parte della giornata

Ore 12 esco, faccio una passeggiata al parco con un’amica, prendo un caffe, mi distraggo un po’, rispondo a eventuali messaggi o mail, passo un po’ di tempo sui social, soprattutto su Linkedin (a mio parere, il più interessante per i neo come me)

Dopo pranzo verso le 15 riprendo a studiare fino alle 18 (ovviamente mentre studio non tengo il cellulare vicino a me, credetemi non aiuta per niente)

Alle 18 guardo la puntata della mia serie preferita 😉 , o magari qualche programma di attualità/politica, per tenermi aggiornata su quello che succede intorno a me/nel mondo (okay, ora potete riprendere il cellulare 🙂 )

Per le 19.30 esco con gli amici/boyfriend

Dalle 22 alle 23 se sono a casa faccio qualche ricerca su internet per la tesi (cruccio di tutti i laureandi), oppure leggo un libro su un tema che mi interessa

 

 

 

 

Ecco, questo potrebbe essere una schema da seguire, se vi sentite demotivati e non sapete da che parte iniziare. Io mi sono sentita così e so che non è per niente bello, ma, una volta che inizierete a stabilire degli orari, poi non sarà difficile prendere il ritmo e a fine giornata vi sentirete sicuramente meglio, soddisfatti del lavoro svolto.  Detto questo, ogni persona è diversa, perciò la cosa importante è guardarsi dentro, capire quali sono le proprie priorità, i propri interessi e i propri doveri, e poi crearsi una proprio “balance”.

Dobbiamo sempre essere consapevoli che il lavoro o lo studio sono sì importanti, ma devono essere concepiti in un’ottica di equilibrio sano con tutto il resto. Imparare a individuare quali sono veramente le nostre priorità ci aiuterà a trovare il nostro equilibrio e a stare bene. In questo modo otterremo anche i successi nel lavoro/studio. Perché le persone che stanno bene, poi, lavorano bene.

Buon Life-Balance a tutti! 🙂

Benedetta🌺

Come mi sono perso in periferia e mi sono ritrovato al centro dell’innovazione: storie bellissime di lavoro e smarrimento

“Come mi sono perso in periferia e mi sono ritrovato al centro dell’innovazione”. Annibale d’Elia ha una storia unconventional, che l’ha portato dalla periferia di territorio, di mentalità e di progetto, al centro decisionale di dove si produce e si fa la vera innovazione, attraverso un percorso fatto di perdizione e di rottura.

Quella del WOMI è stata una giornata di storie “sgangherate”, storie di successo sì, ma sgangherate. Non storie lineari, razionali, focalizzate, “evolutive”, ma storie di frontiera, di agitazione e di rimaneggiamenti. E credo sia stato il vero valore di questa giornata di testimonianze. C’è stata la storia di Annibale Elia, quella di Silvia Lora Ronco e di Camilla Ronzullo, solo per citarne alcune, tutte accomunate da percorsi di vita e professionali affatto coerenti e prevedibili. Quattro i concetti belli emersi a mio parere:

La rivoluzione in chiave positiva dell’idea di smarrimento. Quanti non sanno che lavoro vorrebbero fare? Quanti vorrebbero fare altro rispetto al lavoro che svolgono? E quante volte si vive male questo periodo di confusione, questo senso di agitazione interna? Ci si sente sbagliati, si teme di uscire dai “binari” di una storia già tracciata, già disegnata. Eppure solo questa tempesta può portare a rompere i blocchi e a scoprire e seguire le proprie passioni. Affrontare il problema e trasformarlo in opportunità.

La fortuna? Dipende. Quanto ha inciso il fattore fortuna nelle storie ascoltate? Tutto o niente. Facile arrendersi e crogiolarsi dietro l’idea che quelli che ce l’hanno fatta hanno avuto fortuna. Le occasioni prima o poi capitano a tutti, ma non tutti le sanno vedere, interpretare, cavalcare. Allora sì che si tratta di fortuna: la fortuna di rendersi conto che l’occasione è davanti a noi.

L’innovazione oggi non è quella di ieri. Se un paio di generazioni fa era ampiamente radicata l’idea che l’innovazione e la capacità d fare qualcosa che producesse valore arrivasse solo in seguito a un percorso unico, rigido e uguale per tutti, fatto di inesperienza—>formazione—>lavoro—>postofisso—>faccioqualcosadivalore, oggi non è più così. Il valore e l’innovazione passano anche attraverso il rovesciamento del paradigma: fare e disfare, cambiare, ricombinare, trasformare. Quando si dice che oggi la competenza soft più richiesta è la flessibilità, non si intende solo quella territoriale e oraria, ma soprattutto mentale.

Pianificare sì, ma fino ad un certo punto. Uscire dai binari vuole dire assumersi una buona dose di rischio e anche il coraggio di percorrere un sentiero dai contorni incerti. La pianificazione è figlia di chi resta nei binari, chi esce deve entrare nell’ottica che non tutto si può programmare all’inizio e che le cose prendono forma man mano che si inizia a spostarsi dal tracciato. Chi non lo fa o resta fermo o fallisce.

Storie bellissime, di lavoro e vita, sgangherate e di successo, che mi hanno fatto pensare.

Giada

Un Natale di memoria e futuro

Quello che la vita ha in serbo per ciascuno di noi lo si scopre giorno per giorno. Ci sono però delle certezze, delle immagini, delle proiezioni di noi nel futuro così radicate dentro, che ci appaiono già come delle cose sicure. Impossibile pensare che non avvengano e non si realizzino. Poi tutto cambia. In un secondo. E tanti punti di riferimento si sgretolano, svaniscono. Resettare la mente su altri scenari, totalmente nuovi, richiede coraggio e una forza d’animo non indifferente.

In questo 2016 delle vite sono volate via e delle nuove vite si sono appena affacciate al mondo.

Tutto cambia e niente sarà più come prima. Questo vale per il lavoro, per gli affetti e per le cose importanti della vita.

Il mio augurio per questo Natale è che tutti possiamo avere sotto l’albero due regali: la memoria e il futuro. La memoria di ciò che siamo e da dove arriviamo e il futuro di quello che sarà e vivremo.

Buon Natale.

Giada

I’m dreaming of a White Christmas

Sto sognando un Bianco Natale
proprio come quello che io ricordo
con le cime degli alberi scintillanti
e i bambini che restano in attesa
di udire il suono dei campanelli della slitta che corre sulla neve

Sto sognando un Bianco Natale
in cui ogni cartolina natalizia che io scrivo
possa rendere le tue giornate felici e radiose
e possa far sì che tutti i tuoi Natale siano immacolati

Sto sognando un Bianco Natale
in cui ogni cartolina natalizia che io scrivo
possa rendere le tue giornate felici e radiose
e possa far sì che tutti i tuoi Natale siano immacolati.

Buon Natale a tutti!

Giada B.

Wake up and turn to the passion! Riflessioni sul nostro tempo

25 Novembre 2015 – ore 18.30 Sono a Catanzaro, domani mattina dovrò recarmi all’Università per tenere il seminario del Monster University Tour. E’ una giornata uggiosa, non fa ancora freddo come a Milano, ma piove, e così decido di entrare in un lounge bar del centro storico. E’ un locale carino: luci soffuse, divanetti e tante proposte di libri. E’ il classico caffè degli artisti in cui si coniuga cultura e buon cibo. Ordino un infuso alla cannella e mi concedo un momento di relax. Nello scaffale di fronte a me noto la collana di libri di Oriana Fallaci, probabilmente messi in evidenza dopo i recenti episodi di terrorismo. Della Fallaci ho letto tanto tempo fa Lettera a un bambino mai nato. E’ un’autrice senza mezze misure la Fallaci, o la ami o la odi, ma non si può dire che i suoi libri non ti arrivino come un boomerang nello stomaco. Decido questo pomeriggio di intrattenermi con i suoi scritti e inizio a sfogliare La rabbia e l’orgoglio. Tema vivo. Tema scottante. Tanto si è detto in questi giorni, quante opinioni, commenti, paura, odio, dolore, chiasso. Tutti sembrano avere la verità in tasca. Mi colpiscono sempre le persone che parlano così sicure di certi argomenti. Eppure i miei studi in storia mi hanno insegnato come sia difficile dare un’interpretazione oggettiva e realistica delle vicende storiche e, ancora di più, dei fatti di attualità. Ci vogliono decenni e a volte secoli per capire a fondo gli eventi, le cause e le conseguenze. Ci vuole un distacco temporale ed emotivo da ciò che si vive per dare un giudizio imparziale sulla realtà. Pochi o forse nessuno ha un quadro completo, con tutti i tasselli al loro posto, per comprendere ciò che sta avvenendo in queste settimane. Mi ricordo che all’Università mi aveva colpito molto, parlando della globalizzazione, il concetto di fluidità: confini impalpabili, confini labili. Dal qui e ora, al non-luogo, al non-fisico. Dalla guerra in trincea, alla guerra in cui non c’è più un territorio, uno stato, un esercito, un bersaglio preciso. Non sto qui a dire se condivido o no il pensiero di Oriana Fallaci sull’Islam, non è importante e non ho la sua esperienza nel mondo per appoggiarla o dissentire da lei, ma vi riporto l’ultima pagina del suo libro, che non è un rimprovero verso “l’altro” ma verso “noi”, verso quel mondo occidentale assopito, intorpidito:

“J’ accuse, io accuso, gli occidentali di non aver passione. Di vivere senza passione, di non combattere, di non difendersi, di fare i collaborazionisti per mancanza di passione. Oh, io ce l’ ho la passione: vedete. Scoppio, io, di passione. Ma sia in Europa che in America non vedo che gente senza passione. Perfino le cicale che vogliono mandarmi al rogo sono tipi senza passione. Pesci freddi, larve guidate soltanto dall’ astio e dall’ invidia o dal calcolo e dalla convenienza: mai dalla passione. E gran parte della colpa è vostra. Perché siete voi che avete lanciato questa moda. La moda del raziocinio a oltranza, del controllo, della freddezza. «Calm down, be quiet, be cool». Voi che siete nati dalla passione, voi che siete diventati un popolo grazie alla passione della vostra rivoluzione. Così non capite cos’ è che muove i vostri nemici, i nostri nemici. Non capite cos’ è che gli permette di combattere in modo tanto globale e spietato questa guerra contro l’ Occidente. E’ la passione. La forza della passione, cari miei! E’ la fede che viene dalla passione. E’ l’ odio che viene dalla passione. Allah-Akbar, Allah-Akbar! Jihad-Jihad! Quelli son pronti a morire, a saltare in aria, per ammazzarci. Per distruggerci. E i loro leader, (veri leader), lo stesso. Io l’ ho conosciuto, Khomeini. Ci ho parlato, ci ho litigato, per oltre sei ore in due giorni diversi. E vi dico che quello era un uomo di passione. Che a muoverlo era la fede, la passione. Bin Laden non l’ ho conosciuto. Peccato… Però l’ ho guardato bene quando appariva in tv. L’ ho guardato negli occhi, ho ascoltato la sua voce, e vi dico che quello è un uomo di passione. Che a muoverlo è la fede, l’ odio che viene dalla passione. Per combattere la loro passione, per difendere la nostra cultura cioè la nostra identità e la nostra civiltà, non bastano gli eserciti. Non servono i carri armati, le bombe atomiche, i bombardieri. Ci vuole la passione. La forza della passione. E se questa non la tirate fuori, non la tiriamo fuori, io vi dico che verrete sconfitti. Che verremo sconfitti. Vi dico che torneremo alle tende del deserto, che finiremo come pozzi senz’ acqua. Wake up, then! Sveglia, wake up” La rabbia e l’orgoglio – Oriana Fallaci

Beh, non so a voi, ma a me lo schiaffo è arrivato, l’ho sentito, bello forte. Senza scomodare i grandi problemi del nostro secolo, le guerre vere o ideologiche, il terrorismo, ho guardato alla vita di ogni giorno e la vedo questa apatia in ciò che mi circonda, questa mancanza di passion, di orgoglio di ciò che siamo e che possiamo essere. Eppure abbiamo già tutto per essere fieri: la democrazia, la libertà e il “cogito ergo sum”. Dobbiamo solo riappropriarci della forza della passione.

Giada B.

L’importanza degli obiettivi

Ogni  gesto quotidiano, dal più banale al più impegnativo, ha dietro di sé una finalità di diversa importanza in relazione al contesto di riferimento.
Da questa riflessione iniziale ​possiamo pensare a quelli che, in questo preciso momento della nostra vita, sono gli obiettivi più grandi (di realizzazione più difficile e futura nel tempo) e quelli che invece sono piccoli traguardi che, una volta superati, donano sollievo, regalano soddisfazione e ci fanno sentire un passo più avanti rispetto a prima.
Il nostro benessere psico-fisico trae beneficio dal superamento delle difficoltà e dal raggiungimento di piccoli traguardi. Ne giovano anche l’autostima e la sicurezza, permettendoci di prendere coscienza delle nostre capacità e del nostro valore, favorendo lo sviluppo e l’affermazione della nostra persona. E’ fondamentale prendere coscienza di quelle che sono invece le aree di miglioramento e gli aspetti su cui dobbiamo lavorare e crescere.
In varie fasi della vita è necessaria un’accurata riflessione per capire dove siamo, dove desideriamo arrivare e di quali strumenti disponiamo per raggiungere i nostri obiettivi.
La maggior parte delle volte tutti questi processi mentali  avvengono in maniera inconsapevole, ma a chi non è mai capitato che qualcosa in un preciso momento della vita non andasse per il verso giusto? In questi momenti di solito prende avvio un periodo di crisi in cui si mette in discussione tutto, animati da un senso di insicurezza e malessere generale, nei confronti anche di persone o situazioni estranee all’evento. La difficoltà spesso è anche quella di sforzarsi di capire il perché di quella determinata situazione, quali errori sono stati commessi e in che modo si sarebbe potuto evitarli.
Ed è proprio in questo momento che qualcosa capita.
Ci fermiamo improvvisamente nella nostra corsa, finora priva di pause e vediamo la nostra  proiezione nel mondo.Ciò che appare è quello che siamo, il nostro percorso con esperienze successi e cadute. Si può avvertire una sensazione di soddisfazione nonostante tutto, oppure l’esatto contrario.
Ed è proprio nella seconda situazione che ci si deve fermare con più attenzione, raccogliere tutto ciò che si è diventati con i pregi e difetti acquisiti, accettare qualche fallimento e far tesoro della nuova  consapevolezza acquisita.
Pensiamo un attimo alle realtà aziendali, forse un’analogia inconsueta, ma in realtà molto vicina al nostro processo decisionale.  Le più importanti scelte, soprattutto quelle che comportano sostanziali effetti nel lungo periodo, richiedono un coinvolgimento rilevante delle varie funzioni aziendali e un investimento sostanziale in termini di risorse e tempo. Gli obiettivi aziendali sono ben delineati, frutto di un’accurata analisi sotto diversi punti di vista (in termini di fatturato, fattori produttivi, trend di mercato, risorse finanziarie ecc.). E’ vero, con  i numeri tutto sembra più semplice e logico, ma alcune decisioni, soprattutto quelle strategiche, si basano anche su istinto, innovazione, cultura aziendale e una buona dose di coraggio.
Così come capita in una realtà aziendale, nei momenti di difficoltà dobbiamo riunire le forze ed escogitare un nuovo business plan personale, armandoci di coraggio e soprattutto di grinta. 
Il processo più delicato e fondamentale è l’ individuazione di nuovi e veri obiettivi. Perché nuovi e veri?
Perchè magari quelli finora raggiunti  non erano finalizzati a soddisfare un nostro reale desiderio, che rifletta il nostro pensiero, le nostre capacità e i nostri valori. Sovente la gente si prefigge obiettivi che non sono farina del proprio sacco, per differenti motivi: consuetudine, questioni personali o perché non si ha abbastanza coraggio e sicurezza per affermare il proprio volere. Ad esempio, quanti scelgono un percorso di studio senza seguire le proprie ambizioni, solo per esaudire un desiderio di un genitore? Quanti effettuano delle scelte di vita importanti solo perché tutti lo fanno?
Ovviamente, in ogni fase della vita ci sono priorità diverse.
Gli obiettivi sono in divenire, evolvono con le esigenze attuali e in modo parallelo alla nostra crescita.
Molto raramente osserviamo la cristallizzazione di un obiettivo, in quanto le mete prefisse 10 anni fa saranno differenti da quelle che ci poniamo ora.
Quindi, ad un certo punto della vita, soprattutto in un momento di confusione e incertezza, è fondamentale accertarsi che gli obiettivi che abbiamo di fronte ben fissi e delineati, siano solamente nostri e che non siano la proiezione di un influsso o un desiderio di altri soggetti.
Bisogna andare a dormire tutte le sere con un obiettivo, svegliarsi il mattino dopo e utilizzare gli strumenti che abbiamo a disposizione per avvicinare sempre di più la nostra meta.
Dobbiamo fare nostri concetti come impegno, perseveranza, determinazione, autodisciplina e forza di volontà, ponendoci come obiettivo la realizzazione dei sogni che abbiamo.
Concludo con una citazione che amo molto:

Tutti gli uomini sognano. Ma non tutti sognano allo stesso modo. Quelli che sognano di notte nei polverosi recessi della loro mente, si risvegliano al mattino per scoprire che i loro sogni sono svaniti. Ma quelli che sognano di giorno sono uomini pericolosi; essi infatti inseguono i propri sogni ad occhi aperti, e fanno sì che si avverino”. Thomas E. Lawrence.

Floriana Stracuzza

 

Dove ti porterà l’aeroplanino di carta nel 2015?

Per iniziare l’anno con l’augurio di seguire il nostro aeroplanino di carta e scoprire tutto ciò che di bello il destino e la vita ci riservano!

Buon 2015 a tutti!

Giada B.

Studenti fuori sede e spese: corsa all’ultimo spicciolo

Quali sono i vantaggi di cui una giovane matricola può beneficiare dalla scelta di una Università Telematica o da un corso di laurea che non prevede l’obbligo di frequenza? Ce lo spiega Monica F., una nuova voce del Blog, in questo interessante articolo. Buona lettura!

La scelta della facoltà universitaria
Dopo la fine delle scuole superiori è tempo di scegliere la facoltà che più si avvicina alle proprie attitudini ed è bene riflettere sulla possibilità di non frequentare se non è necessario.
Per questo potrebbe essere una buona alternativa scegliere una facoltà che non presenta l’obbligo di frequenza, o tra le università telematiche che negli ultimi tempi si sono ben diffuse garantendo un buon servizio in quasi tutte le zone d’Italia, che permettono grande libertà nella gestione dei propri studi accademici.
Ci sono però altri motivi per scegliere una facoltà che non ha l’obbligo di frequenza.

Il risparmio di tempo nello studio
Lo studio è importante e deve essere portato avanti in modo responsabile ma, accanto a questo, è anche necessario lo svago e la possibilità di dedicarsi ad altri interessi e attività e, perché no, anche a un lavoro magari part-time.
Tante sono le cose che si possono fare risparmiando il tempo che spendereste negli spostamenti da casa all’università e per seguire le lezioni.
Arrivati all’università infatti bisogna essere capaci di gestire il proprio tempo organizzandosi le giornate e gestendo il tempo perché renda al meglio.
In questo quadro è importante avere un buon metodo di studio, una buona capacità di memorizzare le informazioni e di acquisire i concetti. Andare alle lezioni per ascoltare il professore che si limita a riportare quanto c’è già scritto sulle slide non arricchirà il vostro bagaglio culturale. Se fosse necessario potete sempre chiedere un appuntamento per avere chiarimenti dove sorge qualche dubbio.

I costi dell’università si abbassano
Frequentare l’università ha un costo che risulta anche maggiore nel nord Italia e nei grandi atenei e questo vale soprattutto per gli studenti fuori sede. Poter studiare da casa significa risparmiare tanto, soprattutto per l’affitto di una camera, specie quella singola e per tutte le altre spese come cibo, vestiti, bollette, trasporti e tutti quei costi correlati a una vita da studente che deve gestirsi da solo.

La qualità dello studio
Molto spesso le università italiane sono confusionarie, specie durante lezioni che possono essere particolarmente affollate e dove mancano posti anche per sedersi comodamente e seguire con attenzione. Tutto questo penalizza sia l’apprendimento che la qualità stessa dello studio, che risente della folla, della scomodità, degli spostamenti e dei problemi che possono sorgere abitando con persone che non si conoscono e alle quali bisogna “adattarsi”.
Studiare da casa insomma ha i suoi vantaggi in vista di una buona preparazione fatta con il tempo e la concentrazione necessari.

Dedicarsi ad altre attività
Studiare da casa non significa rintanarsi e non vivere più, tutt’altro. Il tempo guadagnato può essere proficuamente re-investito in un lavoro part-time per ammortizzare le spese dei libri, senza pesare completamente sulla famiglia, soprattutto in un periodo dove la crisi insiste sulle risorse finanziarie.
E’ un buon motivo per arrivare alla laurea con una certa soddisfazione per aver collaborato anche economicamente al vostro successo accademico.
Oltre al lavoro potete anche dedicarvi alle vostre passioni: sport, amiche, shopping, volontariato, teatro, discoteca, seminari di approfondimento, corsi di lingue e di informatica. Tutto si può fare se avete capacità di organizzazione, spirito d’iniziativa e una forte volontà.
Si può quindi arrivare alla laurea anche studiando da casa e senza imporsi di frequentare, se la facoltà che avete scelto non lo prevede.

 

Monica F. – Appassionata di tecnologia e tutto quello che costituisce una novità, cerca di coniugare saperi antichi con innovazioni figlie del nostro tempo, cercando di trovare una nuova chiave di lettura delle cose.

Può un coach guidarti nella ricerca della felicità personale e professionale? Riflessioni sul coaching

Durante una delle mie esplorazioni internettiane ho scoperto che a Milano esiste ADF alias l’Accademia della Felicità, un luogo in cui (ri)trovare il sorriso, capire i propri punti di forza, superare le proprie insicurezze ed ottenere una certificazione per acquisire una nuova professionalità. I professionisti che lavorano in ADF propongono alle persone strumenti pratici per realizzarsi in ambito personale e sul lavoro, individuare le proprie potenzialità, definire i propri obiettivi e i metodi per realizzarli. Non solo. E’ possibile anche frequentare un master per diventare coach.

Sarà stata la carica attrattiva legata al nome della società, vincente idea di marketing bisogna riconoscerlo, o la curiosità di andare un po’ più a fondo rispetto a tematiche come quella del cambiamento e della passione legata al lavoro, fatto sta che ho deciso di partecipare all’Open Day, una giornata di incontro con i vari professionisti di ADF, per conoscersi e avere una panoramica delle attività che si svolgono in Accademia. C’era da aspettarselo, ma fa sempre un certo effetto, che la platea di ascoltatori fosse composta quasi al 100% da donne, di tutte le età e alla ricerca della propria felicità sul piano personale o professionale. La vera anima di questa società di formazione e coaching è Francesca Zampone, che, dopo aver ricoperto per anni ruoli manageriali in ambito HR all’interno di multinazionali, ha deciso di abbandonare la strada aziendale per quella della libera professione e del coaching. Con lei altri colleghi arrivati in ADF attraverso percorsi diversi e non lineari, tutti accomunati dalla riscoperta di se stessi e della ricerca di un piano B. Ciascuno di loro, rispetto al proprio background professionale e personale, gestisce in ADF corsi di coaching incentrati su varie tematiche come il lavoro, l’affettività, il time management, l’autostima, lo stile di vita, la libroterapia ecc., ai quali chiunque può iscriversi e partecipare per superare degli ostacoli e raggiungere degli obiettivi. Inoltre in ADF è possibile seguire un master di 6 mesi + 2 di tirocinio in coaching per diventare coach certificato.

Volete sapere qual è la mia impressione dopo aver ascoltato tanti interventi e percorsi di vita? Sicuramente i temi trattati fanno inevitabilmente scattare delle domande, ti portano ad interrogarti su alcuni aspetti di te, della tua persona e del lavoro che fai. L’entusiasmo di chi parla ti coinvolge e sono convinta che molti di questi corsi e workshop possano essere efficaci. Tuttavia questa giornata non è riuscita a far sfumare del tutto le perplessità che ho nei confronti del coaching o meglio di chi ricopre il ruolo di coach. Durante uno degli interventi è stato sottolineato che il coach non è uno psicologo né tanto meno un counselor e che non può fare domande indiscrete che vanno a scavare nel passato personale del proprio cochee. Questo è eticamente e teoricamente corretto. Ma nella pratica è possibile risolvere un tema legato all’autostima o alle catene affettive senza scavare nelle cause che quasi sempre sono legate al passato personale? Ne’ tanto meno è scevro da questa condizione il tema lavoro perché professione e persona sono indissolubilmente legate. E allora mi chiedo se 6 mesi di master + 2 mesi di tirocinio possano davvero darti le competenze per ricoprire un ruolo così delicato. Mettere le proprie frustrazioni, aspirazioni, desideri, catene emotive nelle mani di qualcun altro è sempre un gesto di incommensurabile fiducia, ma può essere anche molto rischioso.

Lavorando nelle Risorse Umane ho visto con mano quali danni possono causare persone che si improvvisano coach e che dalla sfera professionale vanno oltre, impattando negativamente sulla sfera emotiva e personale del lavoratore. Sono tanti, troppi coloro che si propongono come coach oggi, sintomo di un’attività che è più una moda e un mezzo per creare un business, piuttosto che una professionalità con crismi ed etica. E purtroppo spesso è anche difficile rendersi conto dell’incompetenza altrui perché molti di essi sono degli abili comunicatori, fantastici istrioni che sanno perfettamente quali corde toccare o quali temi affrontare per attirare curiosità, destare interesse e fare breccia nei cuori.

Bisognerebbe avere molto più rispetto per questa professione, che, se esercitata correttamente, rappresenta un grande vantaggio per chi ha bisogno di un supporto per un’evoluzione, miglioramento o sviluppo. Quindi il mio consiglio è, prima di affidarvi a un coach per lavorare su un tema professionale o personale, informatevi molto bene sulle sue attività, sui progetti passati, sulle sue certificazioni, su eventuali clienti noti e cercate di ridimensionare il vostro entusiasmo se a un primo incontro avete le sensazione che abbia capito tutto di voi e abbia la soluzione all inclusive al vostro problema.

E ricordatevi sempre che la professionalità va sempre a braccetto con integrità e rispetto della persona.

Giada B.

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