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Sondaggio: qual è il canale che utilizzi di più per cercare lavoro?

Un tempo era l’epoca dei giornali e riviste di settore, poi c’è stato l’avvento delle agenzie per il lavoro e società di selezione, poi ancora dell’e-recruiting e dei social network. Sono stati e sono ancora tanti i canali e gli strumenti utilizzati per cercare lavoro, anche se oggi la strategia vincente sembra essere quella del networking, referenze online e passaparola. Ma è proprio così?

Partecipa a questo mini sondaggio e facci sapere quali sono i canali che solitamente usi per cercare un’opportunità professionale!

 

Può un coach guidarti nella ricerca della felicità personale e professionale? Riflessioni sul coaching

Durante una delle mie esplorazioni internettiane ho scoperto che a Milano esiste ADF alias l’Accademia della Felicità, un luogo in cui (ri)trovare il sorriso, capire i propri punti di forza, superare le proprie insicurezze ed ottenere una certificazione per acquisire una nuova professionalità. I professionisti che lavorano in ADF propongono alle persone strumenti pratici per realizzarsi in ambito personale e sul lavoro, individuare le proprie potenzialità, definire i propri obiettivi e i metodi per realizzarli. Non solo. E’ possibile anche frequentare un master per diventare coach.

Sarà stata la carica attrattiva legata al nome della società, vincente idea di marketing bisogna riconoscerlo, o la curiosità di andare un po’ più a fondo rispetto a tematiche come quella del cambiamento e della passione legata al lavoro, fatto sta che ho deciso di partecipare all’Open Day, una giornata di incontro con i vari professionisti di ADF, per conoscersi e avere una panoramica delle attività che si svolgono in Accademia. C’era da aspettarselo, ma fa sempre un certo effetto, che la platea di ascoltatori fosse composta quasi al 100% da donne, di tutte le età e alla ricerca della propria felicità sul piano personale o professionale. La vera anima di questa società di formazione e coaching è Francesca Zampone, che, dopo aver ricoperto per anni ruoli manageriali in ambito HR all’interno di multinazionali, ha deciso di abbandonare la strada aziendale per quella della libera professione e del coaching. Con lei altri colleghi arrivati in ADF attraverso percorsi diversi e non lineari, tutti accomunati dalla riscoperta di se stessi e della ricerca di un piano B. Ciascuno di loro, rispetto al proprio background professionale e personale, gestisce in ADF corsi di coaching incentrati su varie tematiche come il lavoro, l’affettività, il time management, l’autostima, lo stile di vita, la libroterapia ecc., ai quali chiunque può iscriversi e partecipare per superare degli ostacoli e raggiungere degli obiettivi. Inoltre in ADF è possibile seguire un master di 6 mesi + 2 di tirocinio in coaching per diventare coach certificato.

Volete sapere qual è la mia impressione dopo aver ascoltato tanti interventi e percorsi di vita? Sicuramente i temi trattati fanno inevitabilmente scattare delle domande, ti portano ad interrogarti su alcuni aspetti di te, della tua persona e del lavoro che fai. L’entusiasmo di chi parla ti coinvolge e sono convinta che molti di questi corsi e workshop possano essere efficaci. Tuttavia questa giornata non è riuscita a far sfumare del tutto le perplessità che ho nei confronti del coaching o meglio di chi ricopre il ruolo di coach. Durante uno degli interventi è stato sottolineato che il coach non è uno psicologo né tanto meno un counselor e che non può fare domande indiscrete che vanno a scavare nel passato personale del proprio cochee. Questo è eticamente e teoricamente corretto. Ma nella pratica è possibile risolvere un tema legato all’autostima o alle catene affettive senza scavare nelle cause che quasi sempre sono legate al passato personale? Ne’ tanto meno è scevro da questa condizione il tema lavoro perché professione e persona sono indissolubilmente legate. E allora mi chiedo se 6 mesi di master + 2 mesi di tirocinio possano davvero darti le competenze per ricoprire un ruolo così delicato. Mettere le proprie frustrazioni, aspirazioni, desideri, catene emotive nelle mani di qualcun altro è sempre un gesto di incommensurabile fiducia, ma può essere anche molto rischioso.

Lavorando nelle Risorse Umane ho visto con mano quali danni possono causare persone che si improvvisano coach e che dalla sfera professionale vanno oltre, impattando negativamente sulla sfera emotiva e personale del lavoratore. Sono tanti, troppi coloro che si propongono come coach oggi, sintomo di un’attività che è più una moda e un mezzo per creare un business, piuttosto che una professionalità con crismi ed etica. E purtroppo spesso è anche difficile rendersi conto dell’incompetenza altrui perché molti di essi sono degli abili comunicatori, fantastici istrioni che sanno perfettamente quali corde toccare o quali temi affrontare per attirare curiosità, destare interesse e fare breccia nei cuori.

Bisognerebbe avere molto più rispetto per questa professione, che, se esercitata correttamente, rappresenta un grande vantaggio per chi ha bisogno di un supporto per un’evoluzione, miglioramento o sviluppo. Quindi il mio consiglio è, prima di affidarvi a un coach per lavorare su un tema professionale o personale, informatevi molto bene sulle sue attività, sui progetti passati, sulle sue certificazioni, su eventuali clienti noti e cercate di ridimensionare il vostro entusiasmo se a un primo incontro avete le sensazione che abbia capito tutto di voi e abbia la soluzione all inclusive al vostro problema.

E ricordatevi sempre che la professionalità va sempre a braccetto con integrità e rispetto della persona.

Giada B.

Consapevolezza e sintesi. Quel tanto che fa la differenza quando si cerca lavoro.

C’è una prova che contraddistingue tutti gli Assessment Center ed è il giro di presentazioni. Se vi è mai capitato di partecipare ad un colloquio di gruppo, solitamente, dopo il saluto iniziale e l’introduzione alla giornata, l’assessor o il rappresentante aziendale invita ciascun candidato a presentarsi in pochi minuti al gruppo. Tre minuti per raccontarsi e spigare chi si è, cosa si fa e perché si è lì. Se pensate che sia banale e che tre minuti siano pochi vi sbagliate. Mi è capitato spesso di assistere a scene di silenzio, a presentazioni fuori tema, a racconti che si esauriscono nel giro di 10 secondi. Il giro di presentazioni in un colloquio di gruppo non è solo una formalità o una tecnica per rompere il ghiaccio. E’ una prova a tutti gli effetti che pesa nella complessità dell’assessment direi un 30%. E’ il biglietto da visita, quella prima impressione che inevitabilmente condiziona il proseguo delle attività. E’ un processo mentale non da poco che comporta innanzitutto un’ottima  consapevolezza di sé e di quello che si fa e la capacità di selezionare le informazioni opportune per quel contesto. Consapevolezza e sintesi.

Due concetti probabilmente all’antitesi con la velocità alla quale corre il nostro mondo e il turbinio di informazioni, segnali e simboli a cui siamo ogni giorno sottoposti. Per avere una conferma dell’incapacità o difficoltà di autodeterminarsi facciamo un test e proviamo a guardare i siti online delle principali aziende. Resterete stupiti nel constatare che pochissime spiegano in modo chiaro e sintetico qual è il core business aziendale. Nella sezione “Chi siamo” ci sono lunghe digressioni sulla storia dell’azienda, sulla presenza nel mondo, sui marchi, sui numeri ed investitori. Ma poche spiegano chi sono e cosa fanno. Eccesso di superbia da parte di chi pensa che tutto il mondo conosca il proprio brand? Oppure difficoltà a condensare in poche parole il frutto di ricerca e sviluppo, innovazione e intraprendenza?

A chi non è capitato di avere a scuola un professore bravo ma che “non sapesse insegnare”, che non riuscisse a restituire in modo semplice, completo ed efficace le nozioni della materia? O quale studente che, grazie a una delle tante riforme della scuola, si è trovato di fronte la cosiddetta “risposta breve” non ha dovuto sforzarsi per capire quale fosse la tecnica giusta per rispondere a un quesito con poche parole ma in modo esauriente? Lo si può fare solo se si ha una piena padronanza della materia in questione e si tiene bene in mente qual è l’obiettivo da raggiungere.

Nella ricerca del lavoro, nella stesura del CV e nei colloqui vale la stessa regola. Fermiamoci per un secondo a pensare a chi siamo, qual è il nostro background professionale e dove vogliamo andare. Mettiamo tutto insieme, eliminiamo il superfluo e proviamo a raccontarci in tre minuti. Saremo più sicuri, più convincenti e più determinati. Ora riproviamo a fare lo stesso esercizio ma pensando anche a chi abbiamo di fronte e alla posizione professionale per cui ci stiamo candidando. Mettiamoci nei panni dell’altro, dove l’altro può essere il selezionatore o il ruolo che vorremmo ricoprire. Il nostro racconto non cambierà tanto ma daremo più enfasi a determinati aspetti di noi stessi e delle nostre esperienze passate. Ed è quel poco che spesso fa la differenza e ci fa emergere rispetto agli altri.

Giada B.

Riflessioni e modelli creativi per creare un CV di successo

Il mondo si evolve e anche il caro e vecchio cv in bianco e nero deve fare i conti con la modernità per tenere il passo con i tempi. Recentemente si è parlato tanto di una ragazza che, per candidarsi per uno stage estivo presso un’agenzia creativa, ha creato un cv fuori dagli schemi. costruendo con i LEGO una propria miniatura con tanto di istruzioni, poster e il risultato reale della sua riproduzione con i mattoncini.

Colpire, destare l’attenzione, emergere fra le centinaia di candidature è la speranza di tutti coloro che sono alla ricerca di lavoro. Ma come si fa a restituire un’immagine professionale di sé distinguendosi? E qual è il confine fra creatività che stupisce ed eccesso che infastidisce?

Un’idea in merito ce l’ho, ma, prima di condividerla con voi, vi propongo degli esempi di cv creativi trovati in rete.

 

CV A DIAGRAMMA

Al bando i cv prolissi e spazio a curricula di facile intuizione, grazie a chiari diagrammi ad insiemi ed istogrammi per valutare a colpo d’occhio esperienze e competenze.

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CV VINTAGE

Nero, bianco e tonalità di grigio accostati al rosso consentono una maggiore leggibilità, suddividendo le sezioni in modo ordinato.

 

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CV CEREBRALE

Una mente ricca di informazioni per focalizzare l’attenzione sul “peso” della candidatura.

 

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CV MILITARE

Ferrea disciplina e rigore per un perfetto stacanovista.

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CV ALTER EGO

Inviare una propria miniatura come miglior biglietto di presentazione.

 

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CV MARKETTARO

Fare marketing di se stessi in una versione briosa da fumetto.

 

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CV RITRATTO

Invece di aggiungere la foto tessera perché non disegnare un ritratto di se stessi?

 

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CV FRECCETTE

Fare “centro” grazie a sezioni ben distinte e divertenti icone colorate.

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CV TROPICALE

Design elegante dai colori tenui e caratteri sinuosi.

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CV SURVIVOR

Restare a galla grazie all’esperienza e alle competenze acquisite. Una bella metafora che vale anche sul lavoro!

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CV DA SOLLEVAMENTO

Un immagine divertente di chi cerca lavoro cercando di tirare su come un cavo del PC le sue passate esperienze formative e professionali.

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Belli, non c’è che dire, anche se ho qualche riserva sulla loro efficacia. Ecco, dalla mia esperienza, dopo aver letto centinaia di cv, il curriculum perfetto deve soddisfare tre condizioni: deve essere intuitivo, leggibile, esaustivo. Chi lo legge deve trovare subito le info di cui ha bisogno, deve essere scritto con caratteri chiari che agevolino la fruizione e deve restituire tutte le informazioni utili per la candidatura. Ben vengano i cv creativi che soddisfano queste tre condizioni. In caso contrario lasciamoli in mano ai candidati per le agenzie creative e torniamo al caro vecchio rassicurante cv in bianco e nero!

E voi cosa ne pensate? Qual è il vostro cv preferito? 🙂

Giada B.

Trasforma la tua passione per i videogiochi in un lavoro e scopri le aziende che assumono!

I videogiochi sono sempre stati il tuo passatempo preferito? Perché non trasformi questa tua passione in un lavoro? Se confrontato con il mercato americano, quello italiano è ancora all’inizio, ma nel nostro paese il settore dei videogiochi si sta dimostrando molto vivace ed in piena fase di espansione.

E’ un mercato in fermento grazie ai continui progressi tecnologici che hanno permesso non solo di abbattere le barriere geografiche, consentendo a giocatori di diverse parti del mondo di sfidarsi virtualmente, ma, grazie anche alla creatività e allo sviluppo di temi e dinamiche molto vicine alla realtà, è diventato un passatempo non solo per i più piccoli ma anche per un pubblico adulto. Non a caso gli sviluppatori italiani sono molto forti nella produzione e nella progettazione creativa e l’unico ostacolo all’ascesa di molte start up è rappresentato dalla difficoltà di ottenere dei finanziamenti.

Non è difficile trovare un’opportunità di lavoro nelle tante start up o nelle realtà più affermate. I ruoli più ricercati sono ovviamente profili tecnici, anche se non mancano posizioni aperte in ambito commerciale e marketing. Se sei interessato a trovare lavoro nel mondo dei videogiochi dai un’occhiata a queste aziende:

Raylight Studios (S. Angelo a Cupolo – BN)

E’ una società fondata nell’aprile del 2000. Lo scopo dei fondatori è quello di creare una nuova realtà per l’ideazione e lo sviluppo di videogames di alta qualità: un nuovo punto di riferimento nell’industria dei videogiochi. Scopri chi stanno cercando nella sezione Jobs.

Ubisoft Entertainment (Milano)

E’ una multinazionale francese sviluppatrice e distributrice di videogiochi, è la terza maggiore azienda di distribuzione di videogiochi in Europa e la settima negli Stati Uniti. E’ sempre alla ricerca di personale per implementare l’organico della sede Milanese con tecnici, sviluppatori, programmatori e specialisti in animazione. Guarda la pagina Careers.

Milestone (Milano)

Nasce a Milano nel 1996 e ancora oggi rappresenta la più grande realtà italiana impegnata nello sviluppo di videogiochi per console e PC. Un team creativo, esperto e con una grande passione per il mondo dell’automobilismo e del motociclismo, ha creato negli anni passati alcuni giochi di guida che sono realmente entrati nella storia. Sfoglia gli annunci nella pagina Lavora con noi

Artematica (Chiavari -GE)

E’ un’azienda italiana indipendente produttrice e sviluppatrice di software, in particolare videogame e advergame. Invia la tua candidatura spontanea sulla pagina Contatti.

Rainbow Srl Loreto (AN)

Non è precisamente un’azienda legata all’industria dei videogiochi, ma è doveroso citarla perché è una content company che crea e produce property di animazione per bambini. Con più di 300 dipendenti e 11 aziende, Rainbow è il più grande studio Europeo dedicato alla produzione televisiva e cinematografica d’animazione. Oltre alla creazione e produzione di cartoni animati, Rainbow si occupa anche della distribuzione e del licensing dei personaggi. Consulta le posizioni aperte sulla pagina Lavora con noi

E, se non si possiedono le giuste competenze, è possibile acquisirle iscrivendosi al Corso di Laurea da quest’anno attivo presso Link Campus University  di Roma e Vigamus Academy (il museo del videogioco). I tre anni accademici hanno l’obiettivo di formare figure specializzate dell’industria dell’entertainment elettronico: game developer, editor, specialista marketing, esperti di comunicazione ecc. Gli studenti Milanesi potranno invece iscriversi al nuovo indirizzo Video Game del Corso di Laurea Magistrale in Informatica presso la Statale di Milano. Il piano formativo è articolato in due macro-aree di specializzazione: progettazione (Game Design) e programmazione (Game Programming) per videogiochi.

In bocca al lupo ed…enjoy! 😉

Giada B.

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Le donne sono più diligenti e attente alle regole degli uomini. Quando un plus diventa un minus sul lavoro.

Recentemente un’indagine condotta dalla Hewlett Packard ha messo in luce che gli uomini rispondono a un’offerta di lavoro anche se il loro profilo è in linea solo per il 60% con i requisiti indicati, le donne, invece, inviano la loro candidatura solo se il loro profilo è compatibile al 100% con quanto richiesto. Un articolo pubblicato su Forbes ha interpretato questa statistica sostenendo che gli uomini sono più fiduciosi delle loro capacità, mentre le donne non si sentono sicure fino a quando non hanno spuntato tutte le voci dall’elenco. Il consiglio? Le donne devono avere più fiducia in se stesse.

Ma siamo sicuri che si tratti solo di una questione di sicurezza? Quando decidiamo di non inviare il nostro cv per una posizione interessante, siamo certe che non lo facciamo perché non abbiamo fiducia nelle nostre capacità? La scrittrice Tara Sophia Mohr ha intervistato un migliaio di professionisti di entrambi i sessi e ha scoperto che il problema principale non è una questione di fiducia. O per lo meno, non solo.

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Infatti solo il 10% delle donne e il 12 % degli uomini intervistati ha confessato di non candidarsi per paura di non essere in grado di svolgere bene il lavoro. Più del 40% delle donne e degli uomini, invece, se non è in possesso di tutte le qualifiche necessarie, non si candida per evitare di perdere tempo ed energie. Questo assunto sposta l’attenzione dal fare bene il proprio lavoro alla possibilità di essere assunti: la mancanza delle qualifiche necessarie non è un impedimento a svolgere bene l’attività ma rappresenta un ostacolo per superare con successo l’iter di selezione. Per questi professionisti la capacità di intessere relazioni e di inquadrare e raccontare la propria esperienza con un approccio creativo non è sufficiente per superare la mancanza di competenze e le  qualifiche professionali richieste. Ciò che agisce da freno non è quindi una percezione negativa di se stessi quando una percezione negativa del processo di assunzione.

Un altro 22% di donne ha indicato come ragione principale: “Non pensavo che mi avrebbero assunto dato che non possiedo tutte le qualifiche necessarie e non volevo espormi professionalmente se c’era la possibilità di fallire.” Invece solo il 13% degli uomini ha indicato il fallimento come motivo principale.

Un’altra notevole ed emblematica differenza di genere nelle risposte vede le donne più reticenti a candidarsi perché più rispettose delle linee guida indicate per la candidatura: il 15% delle donne contro l’8% degli uomini dichiara di attenersi scrupolosamente alle indicazioni date dalle aziende in fase di candidatura. Se sommiamo le tre percentuali, più del 70% delle donne non invia la propria candidatura perché crede nelle regole e vede l’iter di selezione più come un processo da manuale con linee guida poco flessibili e duttili che come un percorso di conoscenza dinamico e malleabile.

Il motivo di questa sorta di integrità trova le sue risposte in una dimensione socio-culturale. Un’indagine di McKinsey ha messo in luce che gli uomini sono spesso assunti o promossi in base al loro potenziale, le donne per la loro esperienza e risultati raggiunti. Le donne sono quindi necessariamente portate ad avere una maggiore sensibilità verso i requisiti. Inoltre, durante la carriera scolastica e universitaria, le donne ottengono maggiori risultati perché più ligie al dovere e attente alle regole. Una dedizione che però si paga nel mondo del lavoro e che agisce come un freno. A questo si aggiunge poi la discriminazione di genere. Il XX secolo ha visto irrompere le donne nel mondo del lavoro e degli affari, una dura emancipazione ottenuta grazie alla caparbietà di donne che hanno dovuto dimostrare le loro capacità a fronte di titoli e qualifiche. La formazione, le qualifiche i titoli ci hanno permesso di essere credibili agli occhi di un mondo allora molto maschilista e scettico.

Le cose per fortuna oggi sono in parte cambiate e le donne hanno maggiori possibilità di fare carriera rispetto a ieri. Tuttavia quando facciamo il nostro ingresso nel mondo del lavoro ci accorgiamo presto che le decisioni più importanti sono prese  non sulla base di attente riflessioni o procedure, ma da chi “si sa vendere” perché costruisce relazioni più efficaci ed più intraprendente nel proporre nuovi progetti. Essere diligenti, preparate e attente alla qualità del lavoro non sempre paga e spesso queste doti non rappresentano gli ingredienti principali per acquisire visibilità e successo all’interno dell’azienda.

Dobbiamo ricordarci di tutto questo anche quando cerchiamo lavoro. Certo, non sarebbe male credere di più in noi stesse. Ma in questo caso è più importante osservare meno le regole e avere un po’ più di sana faccia tosta. 😉

Giada B.

I più importanti eventi di Career Day per trovare lavoro ed incontrare i migliori candidati!

Se il passaparola e la capacità di fare networking stanno facendo perdere di efficacia l’annuncio di lavoro e premiano chi sa costruirsi un proprio personal branding, trasformando la ricerca di lavoro in un sistema per pochi e “social” eletti, i Career Day, Job Fair e giornate di reclutamento patrocinate da enti pubblici e privati restano ancora un’occasione democratica e meritocratica per trovare un posto di lavoro.

Negli ultimi anni l’organizzazione dei Career Day ha fatto passi da gigante, trasformando eventi, una volta caotici e poco attrattivi, in un’occasione di incontro fra domanda e offerta altamente fruibile e ben organizzata. Tante le aziende, tantissimi i candidati neolaureati, in cerca di occupazione o occupati che si ritagliano una giornata per sondare il mercato e rimettersi in gioco.  Interpretare e soddisfare le necessità e le aspettative di tanti interlocutori non è semplice e non tutti i reclutatori e candidati si portano a casa risultati apprezzabili in termini di colloqui andati a buon fine. Detto questo la mia esperienza in qualità di recruiter d’azienda mi porta a concludere che questi eventi rappresentano una buona occasione da cogliere al volo: gli specialisti della selezione hanno maggiori possibilità di incontrare il candidato in linea in minor tempo, grazie a colloqui snelli e pianificati volti ad appurare la presenza dei requisiti cercati, per poi rimandare a un successivo incontro in azienda un approfondimento più accurato del profilo; i candidati hanno la possibilità in una sola giornata di crearsi delle opportunità di incontro con le aziende di proprio interesse e sostenere colloqui a fronte di posizioni aperte in linea con il loro profilo.

L’organizzazione dei Career Day è diventata sempre più efficace per ridurre i tempi d’attesa e disciplinare il flusso abnorme di partecipanti, grazie a chiare indicazioni in fase di pre-iscrizione online. L’importante è quindi informarsi e registrarsi con qualche giorno d’anticipo sul portale dedicato. Vediamo quindi quali sono i prossimi eventi da non lasciarsi scappare per trovare lavoro e i migliori candidati!

IO LAVORO – 5/6/7 Novembre 2014 a TORINO E’ la più grande job fair italiana, luogo privilegiato di incontro tra aziende e candidati. Non solo. Nello splendido scenario del Palasport Olimpico Isozaki, l’evento offre anche opportunità di business a chi vuole mettersi in proprio grazie ad un’area riservata al franchising e spazi di formazione per coloro che vogliono condividere informazioni e aggiornarsi sulle novità del mondo del lavoro. Le aziende hanno la possibilità di pubblicare annunci sul portale dell’evento ed organizzare colloqui liberi, in preselezione o in modalità mista. Per partecipare occorre iscriversi come candidato o come azienda nelle aree indicate. Le iscrizioni sono aperte da Ottobre.

JOB MEETING – dal 2 Ottobre al 6 Novembre 2014 a MILANO/NAPOLI/PADOVA/BOLOGNA E’ una manifestazione itinerante dedicata alla categoria neo, uno dei momenti più importanti e qualificati, a livello nazionale, nell’incontro tra le diverse realtà del lavoro, della formazione e dell’orientamento, che agevola il contatto ravvicinato tra laureati e laureandi di tutte le aree disciplinari, aziende nazionali e internazionali e realtà dell’alta formazione. L’evento si tiene nelle principali città italiane, offrendo così la possibilità a tutti i giovani professionisti di partecipare senza costi aggiuntivi. Per partecipare occorre registrarsi nella sezione specifica.

BORSA DEL PLACEMENT – dal 28 al 30 Ottobre a BOLOGNA E’ l’appuntamento annuale ormai consolidato per HR manager e delegati al placement di università italiane e straniere, per consentire un dialogo più proficuo, creare dei “ponti” diretti fra aziende e atenei ed agevolare l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. Quest’anno inoltre i candidati “top” selezionati per l’occasione attraverso gli uffici placement di tutta Italia sono invitati ad incontrare HR manager e recruiters presenti, per dar vita ad un intenso programma di colloqui one to one. Una volta identificati i profili più interessanti attraverso il portale, i selezionatori potranno richiedere un appuntamento ai candidati preferiti, generando una vera e propria agenda di colloqui.

CAREER DAY CATTOLICA – 9 Ottobre 2014 a MILANO E’ un’occasione per affrontare la ricerca del primo impiego post-laurea e per cominciare a muoversi e confrontarsi con il mondo del lavoro. Non soltanto stand e colloqui con le aziende, ma anche aree tematiche mirate sulle professioni di maggior rilievo nel mercato del lavoro odierno. Inoltre novità di quest’anno dell’edizione milanese saranno le molte opportunità di entrare in contatto con nuovi impieghi, come ad esempio il settore del No-Profit e i tanti seminari ad hoc per gli studenti delle varie facoltà e di incontri interdisciplinari.

PUNTO DI INCONTRO – 30 e 31 Ottobre 2014 a PORDENONE Due giorni di orientamento, formazione, lavoro dedicati a studenti degli ultimi anni delle scuole superiori o appena diplomati o laureati e adulti alla ricerca del lavoro o di nuova specializzazione, per entrare in contatto con il mondo del lavoro e la formazione. Per consultare le offerte di lavoro disponibili ed inviare la tua candidatura clicca qui e registrati sul portale dedicato per accedere all’evento.

DIVERSITALAVORO – 27 Novembre a ROMA E’ il Career Forum itinerante che promuove il diversity management e l’inclusione lavorativa nel mondo del lavoro, offrendo opportunità di lavoro di qualità a persone con disabilità, persone appartenenti alle categorie protette, persone di origine straniera e persone transgender. Più volte all’anno, nelle diverse città italiane che ospitano l’iniziativa, le aziende partecipanti al progetto hanno l’opportunità di incontrare i candidati selezionati in base ai profili richiesti.

La lista sarebbe molto lunga (per fortuna) se considerassimo tutte le iniziative promosse dagli uffici di Placement delle Università Italiane. I principali atenei hanno infatti negli ultimi anni incrementato le possibilità per i propri studenti di dialogare con attori dell’imprenditoria locale e nazionale. Per conoscere quindi gli eventi patrocinati dalla propria università basta collegarsi al portale del proprio ateneo.

Fatemi sapere se conoscete altri Career Day o Job Fai di rilevanza nazionale da segnalare.

In bocca al lupo a tutti! 😉

Giada B.

start up

L’80% delle start up finanziate in Italia falliscono? E’ un dato positivo!

«L’ottanta per cento delle start up finanziate in Italia falliscono, forse anche il novanta: è un dato statistico, ed è un dato positivo. Non bisogna pensare a chi non ce la fa, ma pensare a un processo di apprendimento che porta a costituire soggetti più forti». Lo ha affermato Alberto Onetti, presidente di Mind the Bridge, fondazione che da anni si occupa di valorizzare le start up nascenti e di organizzare corsi per investitori ed imprenditori.

Se la crescita personale è governata dal detto “sbagliando si impara”, perché questo leitmotiv non vale anche per la nostra vita professionale? Lasciamo da parte tutte le più note, ovvie e giuste considerazioni, su tasse e affitti da pagare, mutui da richiedere, sull’assenza di capitali e la diffidenza delle banche. Lasciamo da parte tutto questo che c’è, esiste e rappresenta un freno. Ma quanto l’assenza di intraprendenza e la paura di rischiare è imperniata di atrofia culturale? Quanto la nostra pigrizia creativa ci limita nelle scelte e nella creazione di un futuro che sentiamo nostro? Onetti è certo che il vero male è rappresentato dalla «cultura del posto fisso: abbiamo creato un mito che ha distrutto una generazione…la più grande differenza tra Italia e Stati Uniti nell’approccio verso la start up è il concetto del fallimento». Se infatti in America è una condizione essenziale per la crescita, in Italia rappresenta una macchia da nascondere e da far sparire. Questo sicuramente non aiuta e non incoraggia chi vuole provarci. Siamo sempre meno educati all’intraprendenza e alla visione creativa e sempre più atterriti all’idea di sbagliare e fallire. E tutto questo impedisce lo sviluppo di una cultura dell’errore come  possibilità di miglioramento e apprendimento. 

Una delle competenze più richieste in azienda è la visione strategica, la capacità di guardare lontano ponendoci degli obiettivi che devono guidare le nostre azioni per raggiungere dei risultati. Il rischio di fallire si assottiglia se siamo adeguatamente preparati e se abbiamo una visione strategica. Minore è il livello di improvvisazione, maggiori le possibilità di trasformare la nostra idea in un’occasione concreta di business. Informiamoci, formiamoci, studiamo il mercato, il territorio e la concorrenza. Il tempo è un grande alleato per essere sicuri delle scelte che compiamo, per far sedimentare le idee, cambiarle o abbandonarle del tutto, per prepararci adeguatamente al progetto, per essere convincenti agli occhi del nostro mondo e del mondo esterno, per sbagliare e raddrizzare il tiro. Fissiamoci una scadenza e, nel tempo che abbiamo a nostra disposizione, creiamo il terreno fertile sul quale possa nascere il nostro progetto. 

Non è detto che bisogna sempre lanciarsi senza dispositivi di sicurezza, si può anche planare dolcemente!

Giada B.

Barbie e le donne imprenditrici: un’icona pop che invita le donne a non mettere limiti alle proprie ambizioni

Lo riconosco. Ho sempre avuto un cromosoma X molto sviluppato. Come ogni femmina doc che si rispetti, amo vestiti, borse, scarpe, trucchi, gioielli, il rosa schocking e un po’ di sano eccesso di trash. E come la maggior parte delle bambina cresciute alla fine degli anni ’80 nutro un amore sconsiderato per la bambola di tutte le bambole: Barbie! La fantasia dei bambini è eccezionale, ma la mia doveva avere una potenzialità notevole se ripenso alle incredibili storie inventate sul pavimento della mia cameretta, e a tutti quegli intrallazzi ed ambientazioni costruite ad hoc, per mettere in scena la vita dinamica della mia beniamina: Barbie che con il camper porta i bambini al mare, Barbie che invita le sue amiche a prendere un the a casa, Barbie che guida la macchina per andare a fare shopping, Barbie che cura gli animali, Barbie che si innamora di Ken e lo sposa. La scena si risolveva in una manciata di minuti, ciò che invece richiedeva sforzo e capacità decisionale era il lavoro preparatorio, dall’allestimento del set, alla scelta dell’abito, delle scarpe e dell’acconciatura. Ore e ore a fantasticare e a vivere la vita della mia pupilla.

Se c’è proprio una cosa che non sopporto è la dietrologia che si è fatta dietro questo giocattolo: c’è chi ha visto in Barbie una bambola diseducativa per via delle sue forme irreali, emblema della perfezione posticcia, della bellezza plastificata, della bionda vacuità, modello sbagliato per le bambine in crescita. Ha delle misure perfette da top model? Vero. Ha capelli biondi lunghi e setosi? Vero. Ha un guardaroba illimitato? Vero. E allora? Ma da quando i giocattoli devono rappresentare per forza il mondo reale? Per fare i conti con i problemi, le debolezze, le imperfezioni personali c’è tutta la vita davanti. Almeno i bambini lasciamoli fantasticare e sognare un mondo bello, colorato, vivace. Lasciamoli creare personaggi, storie, ruoli, finali sempre diversi in piena libertà.

Barbie rappresenta la perfezione, una perfezione che non si può eguagliare perché appunto non reale. Lasciamo stare per una volta il fisico e le forme. Guardiamo a cosa c’è dietro. Barbie è un’icona alla quale si può tendere, alla quale ci si può ispirare, dalla quale si può trarre qualcosa di buono. E’ un simbolo di eleganza e di femminilità, è un personaggio che è riuscito ad adeguarsi ai tempi e ai cambiamenti e da oggi diventa anche un esempio di intraprendenza e coraggio. La Mattel ha infatti promosso una nuova immagina della bambola più famosa al mondo. Già presente sui social network più noti, da pochi mesi Barbie è sbarcata anche su Linkedin, il social dedicato al mondo del lavoro. Dal suo esordio nel 1959, Barbie si è proposta sul mercato prendendo le vesti di più di 150 professioni diverse, arrivando quindi ad incarnare l’immagine della donna in carriera per eccellenza. Un curriculum che racconta attraverso la metamorfosi di Barbara Millicent Roberts, al secolo Barbie, le molteplici potenzialità delle donne nel mondo del lavoro.

Ed oggi Barbie fa nuovamente capolino nel mondo del lavoro con la nuova professione di “Incubatrice di Sogni” e veste i nuovi panni di consulente, aiutando le ragazze di tutto il mondo ad esercitare la loro immaginazione, provare diverse carriere ed esplorare il mondo che le circonda. Nonostante abbia vissuto più di 150 carriere la sua vera vocazione è quella di incoraggiare le generazioni di ragazze a non mettere limiti alle loro ambizioni.

Al di là dell’evidente escamotage pubblicitario, trovo molto bello il messaggio trasmesso. Osare, seguire i propri sogni, avere il coraggio di esprimere la propria personalità sono tutti comandamenti che dovremmo sperimentare un po’ di più. E per spronare le giovani donne a sfidare la norma, Barbie dedica uno spazio a entrepreneurs di successo, donne imprenditrici che hanno trasformato il loro sogno in un’occasione professionale. Importante è iniziare fin da piccole a pensare in grande, e, per l’occasione, è stato ha creato un simpatico tool nel quale è spiegato attraverso il gioco cosa vuol dire avviare un business di successo.

La Barbie non venderà più come prima ma cosa c’è di più smart del messaggio che porta e di più pop dell’icona che rappresenta?! Non biasimatemi perciò se prendo in prestito il suo motto e lo faccio diventare il mio. Quindi, care fanciulle ricordiamoci sempre che:

 

If you Can Dream It, You Can Be it!
Se Puoi Sognarlo, Puoi Diventarlo!

Giada B.

I blogger italiani: rappresentano il futuro dell’informazione o sono solo una moda del momento?

Che fossi testarda, questo si sapeva già. Ma che decidessi di costruire un sito da sola sfidando le leggi della programmazione  e dell’informatica, non lo immaginavo nemmeno io. Si sa, la donna è già cocciuta di natura, poi, se si mette anche l’orgoglio di poter sbandierare il proprio “gioiello” e dire a tutti una volta finito “l’ho fatto tutto io senza l’aiuto di nessuno!”, allora la tentazione è irresistibile. Il problema è arrivarci alla fine! Ma perché un sito nuovo? Perché io a questo blog mi ci sto affezionando e voglio rendere speciale ciò che ha portato una ventata inaspettata di novità nella mia vita. Quindi, be confident, e state certi che entro la fine dell’estate il sito avrà una veste nuova!

Ma a quanto pare non sono la sola in Italia che sta investendo tempo ed energia in un’attività dai risvolti sempre più interessanti. Secondo i risultati del sondaggio “Lo Stato dei Blog in Italia 2013″ a cura dell’Università di Salerno su 200 blogger intervistati:

  • il 60% sono uomini, il 40% donne, con una maggiore concentrazione al nord e al centro Italia
  • la maggior parte ha un’età compresa tra i 31 – 40 anni
  • la piattaforma maggiormente utilizzata è wordpress e la maggior parte delle persone intervistate effettua l’attività in modo amatoriale come freelance, dedicando al blog dalle 11 alle 20 ore settimanali
  • le attività principali svolte sul blog riguardano la pubblicazione, creazione, monitoraggio e analisi dei contenuti
  • il guadagno medio è di circa 5000 euro annui a fronte di un costo medio annuo di circa 300 euro. Solo l’10% dei blogger arriva a guadagnare anche 20/25 mila euro l’anno

Lo-Stato-dei-Blog-in-Italia-2013

 

Recentemente è stata condotta una nuova indagine volta ad ottenere una fotografia  ancora più veritiera e analitica di un interlocutore sempre più influente sul pubblico e più importante per tutti coloro che operano nella comunicazioneil blogger.

Imagewere ha intervistato 125 blogger italiani – esperti di moda, bellezza, tecnologia, cibo, design d’interni, automobilismo o altri hobby – inviando loro un questionario online ed invitandoli ad esprimersi su questi 15 quesiti:

  • Come definisce il suo lavoro
  • Quali tematiche tratta il blog
  •  I motivi che hanno spinto ad avere un blog
  • Quali sono le fonti d’informazione
  • Qual è il ruolo del blogger
  • Come si tengono in contatto i blogger 
  • Che tipo di obiettivi hanno i blogger 
  • Come guadagnano attraverso il blog 
  • Come fanno le aziende a entrare in contatto con i blogger 
  • Che tipo di attitudine hanno i blogger nei confronti delle società che li contattano 
  •  Quale futuro per i blog

Fonti-informazione-blog-italiani

Ne è emerso che la maggior parte, che ama definirsi blogger più che opinionista o giornalista, attinge direttamente ad esperienze personali o utilizza il web per trarre spunto per i propri post. Non solo. Molti blogger trovano ispirazione per scrivere i loro articoli dai comunicati stampa e dai prodotti inviati dalle aziende o dalle agenzie, esempio sia di quanto la loro opinione sia influente e possa condizionare un bacino di lettori, sia di quanto le aziende siano interessate a creare rapporti duraturi con chi rappresenta un canale pubblicitario alternativo ma di grande attrattività.

Passionecondivisioneconfronto interattivo, libertà di esprimersi sono le principali leve che spingono le persone ad aprire un blog. Dare voce alla propria passione con la voglia di condividerla e farla conoscere attraverso un canale libero, democratico, autentico, semplice e globale. Oppure integrare la propria professione con un blog, per avere maggiore visibilità, un’audience senza confini e un rapporto più diretto con i propri clienti.

Il mondo del blogging risponde poi appieno alla parola d’ordine del web: fare community. I blogger, soprattutto quelli che trattano gli stessi temi, hanno costruito una comunità molto coesa sfruttando la rete; la maggior parte di loro segue altri blog attraverso interventi, commenti, citazioni, reblogging. E questa è una forte novità rispetto al giornalismo tradizionale, più geloso della propria indipendenza e copywriting. Tra i blogger invece la condivisione di informazioni e la creazione di legami è molto importante: riportare il post di un collega, citarne un estratto o nominare l’autore vuol dire conoscere la blogosfera ed è sinonimo di ammirazione e rispetto (oltre ad essere un espediente per attirare nuove visite 😉 ).

Ma il blog non è sempre solo un hobby. Sono numerosi i blogger italiani che vorrebbero trasformare il blogging in una professione remunerativa e già la metà di loro riesce a trarne un profitto indiretto: la pubblicità è la fonte principale di guadagno, ma anche i  prodotti-tester ricevuti in regalo da aziende ed agenzie ricoprono un ruolo importante. Spesso i blogger vengono contattati per avere un parere su una collezione di moda o su un prodotto alimentare, a volte prima del lancio. Emerge infatti un utilizzo dei blog da parte delle aziende per promuovere in anticipo un prodotto in arrivo sul mercato. Pochi però sono ancora coloro che ricevono un compenso diretto. La collaborazione con le aziende tuttavia non riduce la carica di indipendenza dei blogger, che si preservano sempre e comunque la libertà di scelta e di opinione dei contenuti da trattare.

È importante sottolineare che molti sono coloro che credono che il futuro del mondo dei blogger dipenderà dalla serietà e della professionalità di ciascuno e che il ruolo rimarrà alternativo rispetto ai media tradizionali.

E voi cosa ne pensate del mondo blogging? I blogger italiani rappresentano il futuro dell’informazione o sono solo una moda del momento?

Giada B.