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Buon 2018: ricomincio da me ovvero l’effetto delle potenzialità latenti

A chi si trova a fare un bilancio di fine anno e si augura un 2018 professionale diverso. A chi non è soddisfatto del proprio lavoro o a chi un lavoro lo sta cercando. A chi ha voglia di ricaricare le pile e cercare nuovi orizzonti lavorativi. A chi pensa di cambiare, ma non sa da dove iniziare. A chi è alla ricerca di nuovi stimoli professionali. Questo racconto è dedicato a tutti coloro che hanno voglia di dare voce alle proprie potenzialità latenti.

Fiorentemente nasce spontaneamente, di getto, senza che l’avessi pianificato. Nasce a seguito di quello che amo definire un momento disruptive, di quelli tosti, in cui si prende una decisione di petto che ti cambia il presente. Decisione impopolare e anacronistica, perché di questi tempi avevo deciso di lasciare un’azienda, un lavoro, un contratto, un percorso. La sicurezza. Avrei potuto cercare un nuovo contesto, continuando a fare quello che avevo sempre fatto, con le stesse modalità.

Ma in quel momento è arrivata la domanda: noi siamo il nostro lavoro? Nel senso: il modo in cui abbiamo sempre lavorato ci caratterizza al punto tale da non poter essere altro? Noi siamo solo quello per cui abbiamo studiato e per cui abbiamo sempre lavorato? O quella è solo una delle tante espressioni delle nostre potenzialità?

Fiorentemente nasce in una giornata di Giugno, per caso. Nasce dal bisogno, il bisogno di buttare fuori, di creare, di raccontare, di imparare nuove cose, di dare spazio alla creatività e all’impegno, senza pensare troppo al risultato.

Impossibile con la mia formazione umanistica riuscire a mettere su da sola un sito, impossibile con il mio passato da lavoratrice dipendente pensare di poter fare qualcosa di diverso.

Provare. Sperimentare. Riprovare. Sbagliare. Tentare di nuovo. Modificare. Riuscirci.

La cosa che ricordo di più di quei giorni?…Paura? Ansia? Voglia di tornare sui miei passi? Assolutamente no! Non mi sono mai sentita così piena di entusiasmo, passione, determinazione ed energia. 

Fiorentemente è importante non perché sia riuscita a creare un sito con contenuti e servizi legati al mondo del lavoro. Fiorentemente è importante perché rappresenta un esempio positivo degli effetti generati dalle proprie potenzialità latenti.

Esiste l’azienda e il lavoro autonomo, l’ufficio e gli spazi di coworking, i lavori tradizionali e quelli nati dalle nuove tecnologie, i lavori di città e quelli di campagna, le realtà consolidate e le start-up. Tante combinazioni e forme per trovare il proprio sé lavorativo. Soprattutto quando le risposte della nostra società alla sfida dell’ageing o della prima collocazione lavorativa sono esigue o del tutto assenti.

Chiaramente il successo di un’idea, di un’impresa, di un piano A, B o C necessita anche di altre componenti, come business plan, finanziamenti, strumenti pratici. Ma se vi dicessi che la cosa più difficile è scardinare l’idea che siamo quello che abbiamo sempre fatto, prendere coscienza delle nostre potenzialità nascoste e dar loro voce?

Il mio augurio è che il 2018 possa svelare ed accendere le nostre potenzialità latenti!

Giada

start up

L’80% delle start up finanziate in Italia falliscono? E’ un dato positivo!

«L’ottanta per cento delle start up finanziate in Italia falliscono, forse anche il novanta: è un dato statistico, ed è un dato positivo. Non bisogna pensare a chi non ce la fa, ma pensare a un processo di apprendimento che porta a costituire soggetti più forti». Lo ha affermato Alberto Onetti, presidente di Mind the Bridge, fondazione che da anni si occupa di valorizzare le start up nascenti e di organizzare corsi per investitori ed imprenditori.

Se la crescita personale è governata dal detto “sbagliando si impara”, perché questo leitmotiv non vale anche per la nostra vita professionale? Lasciamo da parte tutte le più note, ovvie e giuste considerazioni, su tasse e affitti da pagare, mutui da richiedere, sull’assenza di capitali e la diffidenza delle banche. Lasciamo da parte tutto questo che c’è, esiste e rappresenta un freno. Ma quanto l’assenza di intraprendenza e la paura di rischiare è imperniata di atrofia culturale? Quanto la nostra pigrizia creativa ci limita nelle scelte e nella creazione di un futuro che sentiamo nostro? Onetti è certo che il vero male è rappresentato dalla «cultura del posto fisso: abbiamo creato un mito che ha distrutto una generazione…la più grande differenza tra Italia e Stati Uniti nell’approccio verso la start up è il concetto del fallimento». Se infatti in America è una condizione essenziale per la crescita, in Italia rappresenta una macchia da nascondere e da far sparire. Questo sicuramente non aiuta e non incoraggia chi vuole provarci. Siamo sempre meno educati all’intraprendenza e alla visione creativa e sempre più atterriti all’idea di sbagliare e fallire. E tutto questo impedisce lo sviluppo di una cultura dell’errore come  possibilità di miglioramento e apprendimento. 

Una delle competenze più richieste in azienda è la visione strategica, la capacità di guardare lontano ponendoci degli obiettivi che devono guidare le nostre azioni per raggiungere dei risultati. Il rischio di fallire si assottiglia se siamo adeguatamente preparati e se abbiamo una visione strategica. Minore è il livello di improvvisazione, maggiori le possibilità di trasformare la nostra idea in un’occasione concreta di business. Informiamoci, formiamoci, studiamo il mercato, il territorio e la concorrenza. Il tempo è un grande alleato per essere sicuri delle scelte che compiamo, per far sedimentare le idee, cambiarle o abbandonarle del tutto, per prepararci adeguatamente al progetto, per essere convincenti agli occhi del nostro mondo e del mondo esterno, per sbagliare e raddrizzare il tiro. Fissiamoci una scadenza e, nel tempo che abbiamo a nostra disposizione, creiamo il terreno fertile sul quale possa nascere il nostro progetto. 

Non è detto che bisogna sempre lanciarsi senza dispositivi di sicurezza, si può anche planare dolcemente!

Giada B.

sondaggio - lavoro

Sondaggio: Quali sono i motivi di attrazione/repulsione del lavoro dipendente?

Nel post precedente Dipendente o freelance? Questo è il problema! ho riproposto un articolo in cui sono analizzati i vantaggi di lavorare come dipendente di un’azienda e come freelance. Non credo che uno status sia migliore dell’altro, entrambi portano con sé vantaggi e limiti, ma penso piuttosto che ognuno di noi sia “tagliato” per lavorare in azienda o per creare qualcosa di nuovo.

E’ un tema caldo questo, di cui abbiamo già parlato nell’articolo Cambiare o restare fedeli alla propria azienda, relativo alla tendenza dei professionisti italiani a pensare a un cambiamento lavorativo. Qui però la riflessione restava entro i confini dell’azienda.

Ma se invece chiedessi a voi quali sono i motivi di attrazione/repulsione del lavoro dipendente, cosa rispondereste?

Rifletteteci e partecipate a questo mini-sondaggio!

 

Giada B.

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Quando è il momento di andare via e aprire una nuova finestra sul mondo

Quando ti passano per caso sotto gli occhi articoli come questo, è difficile far finta di niente e chiudere gli occhi. Il titolo di questo articolo è When It’s Time To Walk Away, l’autore è Brian de Haaff, attuale CEO di Aha!,  giovane azienda che cerca di creare nuove strategie di posizionamento di prodotto. Brian ha lavorato per molte società che producevano software cloud-based e ha deciso a metà del suo percorso di imprimere un cambiamento alla sua vita lavorativa fondando Aha!.

Quando è il momento di andare via? Di fare i bagagli e di iniziare un nuovo cammino?

L’ambizione, la ricerca di successo e potere, la gratificazione e il riconoscimento ci fanno andare ostinatamente avanti e soprassedere i problemi e i limiti che si presentano nel lavoro. Ma a volte è più saggio voltare le spalle e andare via. Certo, è doloroso ammettere la sconfitta, ma quando ci si ritrova in un ambiente “no win”, questa è spesso l’unica decisione sensata che può salvarti da un vortice che ti risucchia. A volte i problemi di un’azienda sono strutturali, il prodotto o servizio non decollano, è pura follia avere a che fare con il proprio responsabile. Spesso è più saggio andare via ed incanalare le proprie energie in qualcosa che è più soddisfacente e che potrà creare valore per più persone.

Quando nella propria carriera si presenta un problema è giusto lottare per cercare di arginarlo, risolverlo, mutarlo in qualcosa di buono. E’ giusto lottare. Per un po’. Poi, quando ti rendi conto che le cose e le persone non cambiano, è meglio andare avanti. E, ogni volta che si gira pagina, la vita ne beneficia e si genera più felicità per sé e per gli altri. Questo significa mettersi alla ricerca di un nuova opportunità ed andare avanti. Se si vive per lungo tempo in un ambiente disfunzionale, continuando a fare lo stesso lavoro, si rischia di peggiorare la propria vita e quella delle persone che ti circondano in ufficio e a casa.

Il problema è che, quando si decide ostinatamente di perseverare e di non ascoltare i segnali che arrivano dal nostro corpo e del nostro cuore, ci si ritrova in uno stato di sopravvivenza e la vita può trasformarsi in un tran tran infernale. La qualità del nostro lavoro si riduce e si bada solo a raggiungere i risultati. E’ vero, per alcuni potrebbe essere più facile degli altri operare una scelta, a seconda del livello di carriera e dello stato finanziario. Ma in realtà non importa la situazione: tutti abbiamo il potere di iniziare un percorso diverso, che nella maggior parte dei casi porterà a un nuovo lavoro che migliorerà la propria vita.

Cosa crea un ambiente di lavoro felice e la gioia di lavorare? Secondo Brian la soddisfazione sul lavoro si basa su quattro aree di allineamento. Quanto più il lavoro è allineato con ognuna di queste aree, più felici si è. Ed è proprio qui che bisogna cercare i segnali per capire se sia giunto il momento di andare via. Se si è lottato per oltre un anno per cercare di migliorare l’allineamento in una di queste aree, potrebbe essere arrivato il momento di muoversi in una nuova direzione.

Allineamento con l’ambizione
Stai lavorando per una società e in un ruolo che è sempre più vicino al tuo obiettivo? Questa è una domanda fondamentale da porsi e purtroppo la maggior parte delle persone non lo fanno mai. Perché senza una meta è impossibile sapere se si sta andando nella giusta direzione. Se non hai mai avuto il tempo di capire dove vuoi essere in tre, cinque e dieci anni, ora è il momento di iniziare.

Allineamento con le competenze
I lavori più divertenti sono quelli in cui sfruttiamo pienamente le nostre competenze e ci impegniamo a coltivarne delle ​​nuove. Sei pienamente padrone delle tue capacità o sei sulla buona strada per esserlo? Se la risposta è sì,  probabilmente si è abbastanza soddisfatti del lavoro che si fa. Se la risposta è no, la fiducia in te stesso potrebbe essere intaccata e non ti stai esprimendo al meglio delle tue possibilità. Un buon capo e della formazione ad hoc potrebbero risolvere il problema ed aiutarti a trovare la tua bussola.

Allineamento con le aspettative di ricompensa
Ci sono due tipi di ricompense ed entrambe sono importanti. Le ricompense intrinseche sono basate sulla realizzazione personale che si ottiene da un lavoro ben fatto. Ricompense esterne comprendono lo stipendio e tutti gli altri benefit. Le  aspettative di ricompensa devono essere corrisposte al meglio per essere soddisfatti. Se c’è un gap per troppo tempo, cresce il malessere verso il lavoro che si fa e non si è in grado di pagare l’affitto o il mutuo.

Allineamento con il capo
Si sente più spesso dire che le persone in realtà non lasciano il loro posto di lavoro, ma il loro capo. Come già detto, ci sono molte ragioni per lasciare un lavoro che non hanno nulla a che fare con il  proprio capo. Tuttavia,  un capo insopportabile è in cima alla lista dei motivi che spingono le persone ad aggiornare il proprio curriculum. Sei sicuro che il tuo capo ha i migliori propositi per te?

Se si registra un disallineamento in una qualsiasi di queste aree, bisogna innanzitutto ammetterlo a se stessi. Magari una semplice chiacchierata con il proprio capo o con un consulente di fiducia dell’azienda può aiutare. Bisogna però sempre affrontare il problema e fare il possibile per cercare una soluzione. Lo devi in primis a te e all’azienda. Ma, se si è giunti alla fase in cui si è a proprio agio guardandosi allo specchio e dicendo ad alta voce che si è tentato il tutto per tutto, allora potrebbe essere necessario passare al piano B. Se davvero non c’è un’altra via di uscita e il tuo malessere aumenta, è meglio andare via e aprire una nuova finestra sul mondo.

 Giada B.

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Cambiare o restare fedeli alla propria azienda? I professionisti italiani dicono la loro

Recentemente Linkedin, il più conosciuto social professionale, ha condotto il sondaggio Talent Trends Italia 2014, per fornire ai recruiters, selezionatori del personale e professionisti HR informazioni utili sulle tendenze, aspirazioni e comportamenti della forza lavoro. Il sondaggio ha coinvolto più di 700 lavoratori pienamente occupati in Italia, per capire quali sono le leve che spingono i professionisti a cercare un nuovo impiego, quali le principali soddisfazione sul luogo di lavoro e le valutazioni che inducono ad accettare nuove opportunità di carriera.

Innanzitutto il report dimostra che solo il 27% dei professionisti intervistati è attivamente alla ricerca di un nuovo lavoro (candidati attivi), mentre il 73% non sta compiendo azioni finalizzate a un cambiamento (candidati passivi), anche se il 43% si dichiara disponibile a parlare con un recruiter di una nuova opportunità.

Contrariamente alla percezione comune che vuole la maggior parte dei professionisti scontenti del proprio lavoro, il sondaggio ci dice che il livello di soddisfazione professionale è certo migliorabile, ma alto.

Quali sono i fattori che si valutano quando si cambia lavoro? Per i candidati attivi trovare un lavoro gratificante che sia in linea con le proprie capacità sembra essere la motivazione principale; mentre i candidati passivi valutano una nuova opportunità solo se questa offre un miglior connubio tra vita personale e lavoro. Il miglioramento del pacchetto retributivo resta per entrambi i candidati una delle più importanti spinte al cambiamento.

Di contro, i fattori che incidono meno nella scelta di un nuovo posto di lavoro sono l’ubicazione dell’ufficio e la ricerca di un rapporto più sereno e collaborativo con il proprio superiore (percentuale che diventa però più alta tra i candidati donne, a dimostrazione del fatto che, purtroppo, ancora spesso invidie, gelosie e ripicche caratterizzano l’universo femminile sul luogo di lavoro).

E tra le tante offerte cosa spinge a propendere per una realtà aziendale piuttosto che un’altra? La cosiddetta brand reputation, ossia la reputazione dell’azienda, la percezione che il mondo esterno ha di quel brand e della sua organizzazione. Più è alta, più si ha la sicurezza di inserirsi in un contesto lavorativo apprezzato.

Per chi lavora nelle Risorse Umane questi dati rappresentano un ottimo spunto di riflessione. Vediamone alcuni:

1. Innanzitutto, per attrarre i migliori talenti, è importante investire sulla brand reputation e non smettere mai di essere attrattivi nei confronti del mercato. Rispettare e valorizzare le risorse umane non è solo la missione dei professionisti HR, ma è anche il modo più veloce per far sì che l’azienda sia riconosciuta come miglior luogo di lavoro attraverso il passaparola.

2. Migliorare la percentuale di retention del personale per abbassare il turnover aziendale attraverso un piano di total rewards che tenga conto non solo degli aspetti remunerativi ma dei diversi fattori che possono coinvolgere e motivare i dipendenti a restare in azienda, come, ad esempio, piani formativi, percorsi di carriera, benefits, convenzioni, iniziative di work & life balance.

3. Vivere l’azienda e costruire un dialogo costante con i dipendenti per capire quali sono i problemi e i fattori che possono indurli a cambiare luogo di lavoro.

4. Nella ricerca di nuovi talenti, “lavorare” non solo sui candidati attivi, ma esplorare anche il mondo dei candidati passivi attraverso i nuovi strumenti messi a disposizione dal web: social networks, banche dati, newsletter.

Giada B.

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