Archivio dei tag candidato

recruiter

Critiche, segreti, e cliché da sfatare. Riflessioni sulla professione di Recruiter

Come mai il ruolo di Recruiter riceve spesso critiche ed è messo così sotto accusa?

Il commento di una lettrice del blog all’articolo Quello che dici, come lo dici, come ti presenti: quello che gli intervistatori valutano nel colloquio di lavoro mi ha innescato una serie di riflessioni. Se non lo avete già fatto vi invito a leggerlo.

RIFLESSIONI SULLA PROFESSIONE DEL RECRUITER

Partiamo dal presupposto che la mia esperienza mi ha insegnato che in azienda ci sono tantissime persone poco competenti ma che si sanno vendere, molte persone di grande competenza che non si sanno vendere, poche persone di grande competenza che si vendono bene. E questo vale (purtroppo) anche per chi lavora nella selezione del personale.

Quello del recruiter è un ruolo molto insidioso, perché si ha che fare con la vita professionale delle persone e, se non ci si responsabilizza e non si ha la giusta intelligenza emotiva, si rischia di fare dei grossi danni. Diffidate da chi pensa che l’etica nel lavoro non esista e che tutto risponde a un ideale più alto chiamato business.

Esiste l’etica, la morale e il rispetto. Questo non vuol dire essere buoni o deboli. Spesso non c’e altra soluzione che il licenziamento. Si sa che per diverse ragioni è la strada giusta o l’unica percorribile. Ma lo si deve fare quando non ci sono altre soluzioni e lo si può fare anche continuando a trattare l’altro con rispetto.

Purtroppo non è sempre così, purtroppo molti professionisti delle risorse umane sono rapiti da una sorta di delirio di onnipotenza che li porta ad esercitare forme e modalità poco rigorose.

CLICHE’ DA SFATARE E SEGRETI DA CONOSCERE

Ora, dopo una critica alla mia categoria, vorrei anche smontare alcuni cliché ricorrenti che ingiustamente offuscano questa bellissima professione. Le accuse che spesso arrivano dai candidati sono queste:

1) “Ho inviato decine di curricula senza ricevere risposta!”

Sapete quanti curricula arrivavano per le posizioni pubblicate da l’Oreal quando lavoravo nella consulenza? Più di 5.000 per annuncio! E’ improbabile che un consulente riesca a visionare tutto questo materiale. E quindi forse, se non ricevete risposta, non è perché il vostro profilo non risponde ai requisiti, ma perché forse non è stato mai letto.

Vi svelo un segreto: affannarsi a rispondere per primi ad un annuncio può essere controproducente, perché i software utilizzati dai Recruiter per la scrematura dei curricula mostrano in prima pagina gli ultimi curricula arrivati. Immaginate di avere un contenitore che si riempie: i sassolini alla base saranno i primi che si depositeranno e gli ultimi ad essere pescati!

E purtroppo qui si tratta di fortuna, non ci sono molte strategie che si possono applicare. L’unica cosa che il recruiter potrebbe fare è associare un questionario di screening all’annuncio per ridurre il numero di profili idonei, ma non sempre è presente, purtroppo.

2) “Pensavo di essere perfetto per quel profilo, ma mi hanno scartato”

Non tutti i requisiti sono esplicitati nell’annuncio. Alcuni per questioni discriminatorie, altri per ragioni strategiche. E’ inutile nasconderlo, l’età o il genere sono dei deterrenti, non lo si dice, ma alcune ricerche sono aperte a profili junior e altre a senior, per alcune sono preferite le donne per altre gli uomini.

Oppure l’azienda per la quale si lavora o si è lavorato in passato non è considerata una realtà “che fa scuola” e quindi si è scartati. O ancora, sono presi in considerazione solo neolaureati che hanno ottenuto un voto di laurea superiore ad un dato punteggio.

3) “Ho sostenuto un primo colloquio e poi mi è stato detto che cercano un profilo più senior Ma non lo sapevano anche quando mi hanno contattato?”

Il recruiter non ha a che fare solo con il cliente esterno, il candidato, ma anche con il cliente interno, il management. Non potete immaginare quante volte in corso d’opera sono rivisti i requisiti del ruolo. Perché magari nel frattempo qualche collega è stato spostato di funzione, perché qualcuno è andato via, per una nuova visione strategica, perché è mutato il budget o semplicemente perché il manager ha cambiato idea.

Purtroppo in azienda ci si chiarisce le idee strada facendo. Vi state domandando se questo non sia controproducente. Certo che lo è, si sprecano energie, tempo e denaro, si rallentano i processi, restano scoperte posizioni per mesi, si creano false aspettative nei candidati. Risorse umane e business dovrebbero lavorare in modo più sinergico per limitare questi inconvenienti.

4) “Ho sostenuto un colloquio, ma poi non mi hanno fatto sapere nulla”

Credetemi, un bravo recruiter sa perfettamente quanto sia importante restituire un feedback, positivo o negativo che sia. Spesso però, quando le ricerche sono tante, si protraggono per mesi e si incontrano tanti candidati, è difficile mantenere fede alla promessa. In questi casi inviate voi una mail al recruiter chiedendo se ci sono novità, sono sicura che vi risponderà.

Pensate ancora che i recruiter siano dei “cecchini pronti a sparare”? 🙂

Fatemi sapere quali sono state le vostre esperienze e qual è la vostra percezione di questa professione!

Giada B.

Quello che dici, come lo dici, come ti presenti: quello che gli intervistatori valutano nel colloquio di lavoro

Si sa, il colloquio di lavoro è un momento critico. Non basta preparare un curriculum perfetto e recitare alla perfezione il proprio vissuto lavorativo. Ci sono fattori più sottili che gli intervistatori prendono in considerazione.

QUELLO CHE DICI, COME LO DICI, COME TI PRESENTI

In questa infografica di Classes and Careers emerge che dietro ad un semplice colloquio di lavoro si cela un mondo di significati e simboli che nemmeno la più complessa liturgia potrebbe contemplare! 2.000 intervistatori hanno messo a nudo quello che spesso non viene palesato  in un colloquio ed è emerso innanzitutto che i primi 90 secondi sono decisivi per capire se il candidato sia dentro o fuori.

Concordo, come nella vita, ad eccezione di pochi casi, la prima impressione è quella che conta. Quindi piuttosto che spendere ore a prepararsi per un colloquio, sarebbe meglio dare un’occhiata ai risultati di questo sondaggio!

colloquio di lavoro errori consigli

L’idea che l’intervistatore si fa del candidato nei primi minuti è basata su:

  • 55% il modo in cui è vestito, come si presenta, come si muove
  • 38% come lo dice (tono di voce, correttezza grammaticale, grinta)
  • 7% quello che dice (contenuti)

La prima impressione è determinata dunque da aspetti non-verbali. Come un dono che, prima di essere scartato per vedere cosa c’è dentro, viene notato per la bellezza del fiocco e della carta regalo, così anche noi dobbiamo prestare la giusta attenzione alla forma e allo standing. Nel colloquio tutto quello che ci riguarda è oggetto di valutazione!  Il sondaggio però ci dice che la maggior parte delle volte non prestiamo attenzione a questi aspetti e gli errori più comuni che ci fanno giocare il posto di lavoro sono:

  • 67% Evitare di guardare negli occhi il proprio interlocutore
  • 47% Avere una scarsa conoscenza dell’azienda
  • 38% Non sorridere
  • 33% Avere una postura scorretta
  • 33% Muoversi continuamente
  • 26% Dare una stretta di mano poco energica
  • 21% Parlare con le braccia incrociate
  • 21% Giocare con i capelli e toccarsi nervosamente il volto
  • 9% Gesticolare troppo

E’ vero, niente quanto la mancanza dell’incrocio di sguardi può innervosire un intervistatore! Avere davanti a te una persona che parla ma che non ti guarda negli occhi distoglie l’attenzione dal contenuto e indispone all’ascolto. Ed è anche vero che niente come un sorriso e una volto cordiale attrae, aumenta l’interesse e ti invoglia all’ascolto.

E l’abbigliamento quanto incide? Tantissimo. il 65% degli intervistatori ammette che, di fronte a due candidati con la stessa professionalità, la scelta ricade su colui che ha un abbigliamento più appropriato, non eccessivamente colorato né troppo trendy. La sobrietà insomma premia!

Ok, siete stati bravi, avete superato la prima impressione, potete tirare un sospiro di sollievo…ma davvero pensate che il resto del colloquio sia in discesa? Sbagliato! Ora dovete porre attenzione a quello che dite e quello che non dite. In ordine di importanza ricordatevi che può rappresentare uno sbaglio:

  1. Non fare domande sul lavoro
  2. Non riuscire a distinguersi dagli altri candidati
  3. Improvvisare
  4. Mostrarsi quello che non si è
  5. Concentrarsi troppo su quello che si dice
  6. Non prepararsi sul ruolo
  7. Non mostrare troppo interesse ed entusiasmo
  8. Mancare di humour, empatia e personalità
  9. Ammettere che non si è superato lo shock per la perdita del lavoro
  10. Dilungarsi sul perché si è perso il posto di lavoro

GLI ERRORI PIU’ COMUNI

Come emerge dal sondaggio e come aveva messo in evidenza Fabrizio Piacentini nell’intervista pubblicata in uno dei precedenti post, gli intervistatori apprezzano molto che il candidato ponga delle domande di approfondimento a fine colloquio. E’ sinonimo di interesse e serve a capire quanto il candidato abbia messo a fuoco le caratteristiche del ruolo e dell’azienda. Avere ben chiaro a cosa ci si sta proponendo ci permette di mettere in luce le competenze che possediamo e che sono maggiormente richieste dal ruolo, dandoci una marcia in più rispetto agli altri concorrenti. L’altro grosso errore che ci fa perdere punti è la mancanza di preparazione: non sapere nulla o poco sul ruolo e sull’azienda penalizza anche il professionista più competente.

CONSIGLI UTILI PER NON SBAGLIARE

Quindi, prima di un colloquio per non sbagliare, seguite questi suggerimenti:

  1. Siate pronti a descrivere brevemente le vostre esperienze professionali
  2. Ripassate a mente le vostre competenze
  3. Assicuratevi di aver ben chiaro il ruolo
  4. Documentatevi sull’azienda

E’ vero, assieme alla preparazione, la fortuna è un altro fattore che pesa sulla buona riuscita di un colloquio. Però voi fatevi furbi, perché al di là della imprevidibilità dell’intervista, ci saranno delle domande che tutti gli intervistatori vi chiederanno! Chi non ha mai risposto a domande come queste?

  1. Mi racconti qualcosa di sé
  2. Perché vuole lavorare qui?
  3. Cosa conosce della nostra azienda?
  4. Perché vorrebbe lasciare il suo attuale lavoro?

Sono le più gettonate…e anche i best seller di intervistatori noiosi e poco creativi! :p

Prendete spunto da questi suggerimenti e metteteli in pratica nel vostro prossimo colloquio. Ma ricordatevi sempre però che la spontaneità è il miglior biglietto da visita.

In bocca al lupo!

Giada B.

scacchi-scacco matto-recruiter-hivejobs

HiveScout: scacco matto al Recruiter? Il nuovo mestiere che fa parlare

La principale obiezione che viene mossa a chi si occupa di selezione del personale è che, avendo a che fare con una molteplicità di funzioni e profili che spaziano dal manageriale al tecnico, dal dirigenziale ai neo, dai generalisti ai professional, non abbia le competenze necessarie per reclutare i candidati più adatti. Come fa una persona a essere onnisciente e gestire con la stessa disinvoltura la selezione per un project manager dell’impiantistica e un business controller del retail?

Per superare questo impasse è nato recentemente il nuovo mestiere del HiveScout. L’idea è geniale se si pensa a tutti i benefici generati da questa nuova professione. Innanzitutto l’HiveScout è un professionista, una persona che  già lavora e che decide di affiancare alla sua attività principale un secondo lavoro. L’HiveScout mette a disposizione la sua professionalità e la sua conoscenza tecnica per selezionare profili affini al proprio, dietro un mandato specifico. Diciamo che è un tecnico di quel ruolo, che, a chiamata, si trasforma in consulente ad hoc. Rispetto a un generico Recruiter può quindi non solo avvalersi delle nozioni e del sapere pratico di quella specifica mansione, ma anche godere del suo network professionale di nicchia quale canale preferenziale per accelerare il processo di reclutamento. L’HiveScout ha la comodità di gestire questa sua seconda attività da casa nei ritagli di tempo, attraverso un account skype che gli permette di incontrare virtualmente i potenziali candidati da presentare all’azienda. Dietro questa rivoluzione del modo di fare recruiting ci sono chiaramente delle persone che hanno lavorato a lungo nel campo della selezione e che hanno avuto la giusta intuizione, tanto da fondare tre anni fa Hivejobs (recentemente acquisita da Randstad), un’azienda di successo selezionata da SMAU 2013 fra le 5 start up dell’Emilia Romagna per l’innovazione tecnologica.

Le premesse sono ottime, ma può un profilo tecnico avere la giusta attitudine per selezionare le risorse? Ha la capacità di andare oltre le nozioni, il sapere specialistico, le hard skills e navigare nel mondo delle capacità relazionali e comunicative, delle aspirazioni e delle aspettative? Quanto pesa il sapere fare, le conoscenze, le competenze e quanto il saper essere, le inclinazioni, le potenzialità?

La mia esperienza mi insegna che spesso le aziende, contrariamente a quanto si possa pensare, danno più importanza all’essere che al fare. Conta di più l’adesione al sistema valoriale che il tecnicismo. Chiaramente questo vale meno per i profili altamente specializzati e tecnici, ma in generale posso dire che il Management punta molto ad assicurare un’organizzazione coesa, collaborativa, portatrice di una precisa filosofia aziendale, partendo dal presupposto che quello che non sai fare si impara, quello che sei, invece, è una dote innata. Come scrisse Spencer, “è possibile insegnare ad un tacchino ad arrampicarsi su un albero, ma è meglio  assumere uno scoiattolo”. Pensateci bene, quasi mai i licenziamenti sono dovuti al fatto che il dipendente non sappia fare il suo lavoro. Quasi sempre l’azienda decide si segare un suo collaboratore per problemi legati alla leadership, alla gestione di risorse, ai rapporti con i colleghi, al problem solving. Inoltre in un momento di crisi come quello attuale, la scelta delle persone da assumere è ancora più critica e va ben ponderata.

E allora è meglio un recruiter-tecnico o un tecnico-recruiter? Forse la risposta sta nella giusta via di mezzo: il Recruiter, forte della sua capacità di esplorare le soft skills, non deve mai smettere di studiare, aggiornarsi, capire a fondo i contenuti di un ruolo complesso. Non si pretende che sia un generalista, ma che all’occasione abbia ben chiaro il profilo da cercare, per poter formulare in sede di colloquio quelle domande chiave per andare più a fondo rispetto al contenuto del curriculum. L’HiveScout, forte della sua capacità di esplorare le hard skills, deve sviluppare la giusta sensibilità per andare oltre il contenuto del curriculum ed entrare in contatto con le capacità cognitive e relazionali del candidato.

Giada B.

1