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Un mondo del lavoro tarato sulle nostre esigenze ci sta facendo perdere il ritmo?

Pensavamo che il 2022 sarebbe stato un anno in discesa e invece crescono i casi di dimissioni volontarie, di candidati difficili da reclutare se si propone loro un lavoro diverso dal lavoro da remoto, di un mercato del lavoro paralizzato da chi ha paura o non ha vantaggi a cambiare azienda.

Chi non si occupa di selezione del personale non può immaginare la fatica che si riscontra in questi mesi nel trovare candidati qualificati disposti a valutare e accettare un cambiamento lavorativo. Le motivazioni sono diverse. Cambiare oggi fa più paura di ieri, perchè significa lasciare la certezza di un tempo indeterminato e rischiare l’incertezza di un periodo di prova, in un periodo pandemico che mina ogni garanzia. Oggi sono tanti i candidati che arrivano alla fine del processo di selezione e, con la proposta in mano, ci ripensano e decidono all’ultimo non accettare e non cambiare lavoro. Ma non solo. Cambiare oggi può non convenire più, perchè si potrebbero perdere alcuni benefici, ad esempio la possibilità di lavorare parzialmente o totalmente da remoto, magari da un’altra regione. Non a caso la prima domanda a colloquio non è più “Qual è la RAL?” ma “Quanti giorni di smartworking sono previsti?”.

E poi ci sono le dimissioni volontarie e qui anche a me non è chiaro cosa preveda il dopo, perchè molti si dimettono senza aver ricevuto un’offerta di lavoro da un’altra azienda. Si dimettono e basta. Per decidere poi se occuparsi di tutt’altro, se trasformare un hobby in un lavoro come consulente, se tornare nel proprio paese di orgine e inventarsi qualcosa.

Ora tutto questo può portare a un ribaltamento del mercato del lavoro con riscontri positivi, del tipo: maggior balance tra vita personale e vita professionale, allontanamento da ambienti di lavoro/capo tossici, organizzazioni più snelle e fluide, maggiore bilanciamento delle “leve di forza” nelle aziende tra capo/dipendente, e così via. Un mondo del lavoro più agile, ecologico, digitale, equo. Di analisi sugli effetti positivi della trasformazione postpandemia ce ne sono tante.

Ma c’è dell’altro. Non c’è dubbio che siamo meno votati al sacrificio, meno disposti a sacrificare noi, il nostro tempo, le nostre energie per il lavoro. Ma dopo ormai due anni, mi chiedo: non è che questo mondo del lavoro tarato sempre più sulle proprie esigenze personali, più statico, con meno energia in circolo ci sta facendo perdere il ritmo? Quel ritmo sì, vero, a tratti stressante, ma che dava adrenalina, voglia di fare, di arrivare a fine giornata stanchi ma soddisfatti? E se con questa pandemia dovremo conviverci anni, questo senso di intorbidimento ci renderà sempre più apatici e meno disposti a “dare” sul lavoro? Forse è proprio come una corda: se la tiri guadagni terreno verso di te ma perdi cm in vitalità.

Giada

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