Yearly Archive2014

Studenti fuori sede e spese: corsa all’ultimo spicciolo

Quali sono i vantaggi di cui una giovane matricola può beneficiare dalla scelta di una Università Telematica o da un corso di laurea che non prevede l’obbligo di frequenza? Ce lo spiega Monica F., una nuova voce del Blog, in questo interessante articolo. Buona lettura!

La scelta della facoltà universitaria
Dopo la fine delle scuole superiori è tempo di scegliere la facoltà che più si avvicina alle proprie attitudini ed è bene riflettere sulla possibilità di non frequentare se non è necessario.
Per questo potrebbe essere una buona alternativa scegliere una facoltà che non presenta l’obbligo di frequenza, o tra le università telematiche che negli ultimi tempi si sono ben diffuse garantendo un buon servizio in quasi tutte le zone d’Italia, che permettono grande libertà nella gestione dei propri studi accademici.
Ci sono però altri motivi per scegliere una facoltà che non ha l’obbligo di frequenza.

Il risparmio di tempo nello studio
Lo studio è importante e deve essere portato avanti in modo responsabile ma, accanto a questo, è anche necessario lo svago e la possibilità di dedicarsi ad altri interessi e attività e, perché no, anche a un lavoro magari part-time.
Tante sono le cose che si possono fare risparmiando il tempo che spendereste negli spostamenti da casa all’università e per seguire le lezioni.
Arrivati all’università infatti bisogna essere capaci di gestire il proprio tempo organizzandosi le giornate e gestendo il tempo perché renda al meglio.
In questo quadro è importante avere un buon metodo di studio, una buona capacità di memorizzare le informazioni e di acquisire i concetti. Andare alle lezioni per ascoltare il professore che si limita a riportare quanto c’è già scritto sulle slide non arricchirà il vostro bagaglio culturale. Se fosse necessario potete sempre chiedere un appuntamento per avere chiarimenti dove sorge qualche dubbio.

I costi dell’università si abbassano
Frequentare l’università ha un costo che risulta anche maggiore nel nord Italia e nei grandi atenei e questo vale soprattutto per gli studenti fuori sede. Poter studiare da casa significa risparmiare tanto, soprattutto per l’affitto di una camera, specie quella singola e per tutte le altre spese come cibo, vestiti, bollette, trasporti e tutti quei costi correlati a una vita da studente che deve gestirsi da solo.

La qualità dello studio
Molto spesso le università italiane sono confusionarie, specie durante lezioni che possono essere particolarmente affollate e dove mancano posti anche per sedersi comodamente e seguire con attenzione. Tutto questo penalizza sia l’apprendimento che la qualità stessa dello studio, che risente della folla, della scomodità, degli spostamenti e dei problemi che possono sorgere abitando con persone che non si conoscono e alle quali bisogna “adattarsi”.
Studiare da casa insomma ha i suoi vantaggi in vista di una buona preparazione fatta con il tempo e la concentrazione necessari.

Dedicarsi ad altre attività
Studiare da casa non significa rintanarsi e non vivere più, tutt’altro. Il tempo guadagnato può essere proficuamente re-investito in un lavoro part-time per ammortizzare le spese dei libri, senza pesare completamente sulla famiglia, soprattutto in un periodo dove la crisi insiste sulle risorse finanziarie.
E’ un buon motivo per arrivare alla laurea con una certa soddisfazione per aver collaborato anche economicamente al vostro successo accademico.
Oltre al lavoro potete anche dedicarvi alle vostre passioni: sport, amiche, shopping, volontariato, teatro, discoteca, seminari di approfondimento, corsi di lingue e di informatica. Tutto si può fare se avete capacità di organizzazione, spirito d’iniziativa e una forte volontà.
Si può quindi arrivare alla laurea anche studiando da casa e senza imporsi di frequentare, se la facoltà che avete scelto non lo prevede.

 

Monica F. – Appassionata di tecnologia e tutto quello che costituisce una novità, cerca di coniugare saperi antichi con innovazioni figlie del nostro tempo, cercando di trovare una nuova chiave di lettura delle cose.

lavoro-bilancia-benefit-dipendenti

Aziende VS Dipendenti: chi ha davvero il potere di far pendere l’ago della bilancia?

Come fanno le più grandi aziende al mondo a motivare i loro collaboratori? Quali sono le leve che utilizzano le aziende per rendere i propri dipendenti felici e fedeli? Il titolo e le conclusioni di questa infografica di Next Generation Recruitment mi hanno scatenato una serie di riflessioni.

Innanzitutto, secondo voi chi ha davvero il “coltello dalla parte del manico”? Le aziende o i dipendenti? La percezione comune è che, in questo periodo in cui il lavoro scarseggia e le offerte di lavoro sono limitate, le aziende abbiano un maggiore controllo sulla forza lavoro, mentre le persone siano rassegnate ad accettare contratti precari e preservino la propria sicurezza economica continuando a lavorare in contesti in cui non si identificano più. Ma siamo sicuri che la realtà sia proprio questa? In questi anni mi è capitato di proporre a tante persone rimaste a casa senza occupazione ottime offerte di lavoro, ma che magari prevedevano una retribuzione annua lorda o un livello di inquadramento  inferiore rispetto alla loro ultima esperienza. La maggior parte di essi ha preferito rifiutare, restare a casa ed aspettare una proposta più vantaggiosa. Decisione rispettabilissima ma che sicuramente mette in crisi l’assunto che l’ago della bilancia penda totalmente dalla parte delle aziende.

Idea che si rafforza leggendo questa infografica: se fosse davvero così, perché le aziende escogitano strategie per migliorare la loro reputazione in fase di “attraction” di nuovi candidati e studiano soluzioni di “retantion” per trattenere i propri talenti? Forse quello che succede nella realtà non rappresenta del tutto la sensibilità comune? Le stesse aziende si stupiscono del fatto che, nonostante il periodo di crisi, sia difficile trovare candidati e/o risorse disponibile a scendere a “compromessi” legati a clausole contrattuali e retributive. Quindi sfatiamo l’idea che in questo momento difficile le persone siano disponibili ad accettare tutto e a qualsiasi condizione purché si lavori. Nella maggior parte dei casi ciò non avviene.

E’ vero l’infografica non è stata prodotta in Italia,  ma prende comunque in considerazione dei colossi mondiali come Facebook, Google, Diageo, Procter & Gable ecc. Aziende che negli Stati Uniti e in UK propongono ricchissimi programmi di total rewarding: pranzi gratuiti, trasporti pagati, palestra e lezioni di yoga in azienda, asili aziendali, concierge, area relax, sala di ping-pong, sconti su prodotti. La lista è lunga. Questi programmi di ricompensa attraverso benefit hanno un doppio risultato e un’unica finalità: da una parte, rispondono alla necessità di garantire ai propri lavoratori dei vantaggi in un periodo in cui le aziende non possono più assicurare aumenti di salario come in passato. Dall’altra parte garantiscono ai dipendenti, cui è richiesto di trascorrere gran parte delle loro giornate in azienda, un luogo di lavoro confortevole e sereno. L’obiettivo è sempre lo stesso: creare un forte senso di appartenenza al gruppo e rendere i dipendenti felici di lavorare in azienda.

Quante sono le aziende in Italia che garantiscono la maggior parte di questi benefit? Due? Cinque? Paradossale se pensiamo che in Italia sia radicata l’idea insensata che chi lavora “solo” otto ore al giorno non sia produttivo e che il nostro sia uno dei Paesi in Europa con una delle percentuali più alte di ore lavorative settimanali. Ancora più bizzarro se pensiamo alla scarsità di risorse monetarie in cui versano le nostre aziende e quindi alla grande opportunità non sfruttata di ricorrere a ricompense alternative rispetto alla busta paga.

E’ vero, è un cambiamento di mentalità e di approccio e noi storicamente siamo sempre stati più lenti ad adeguarci ai cambiamenti, ma, se è vero che la reputazione di un’azienda sta diventando uno dei fattori più incisivi nella scelta del luogo di lavoro, allora forse non bisogna perdere altro tempo e dovremmo iniziare a trasformare le nostre realtà aziendali in contesti più people-oriented.

Giada B.

sondaggio - lavoro

Sondaggio: qual è il canale che utilizzi di più per cercare lavoro?

Un tempo era l’epoca dei giornali e riviste di settore, poi c’è stato l’avvento delle agenzie per il lavoro e società di selezione, poi ancora dell’e-recruiting e dei social network. Sono stati e sono ancora tanti i canali e gli strumenti utilizzati per cercare lavoro, anche se oggi la strategia vincente sembra essere quella del networking, referenze online e passaparola. Ma è proprio così?

Partecipa a questo mini sondaggio e facci sapere quali sono i canali che solitamente usi per cercare un’opportunità professionale!

 

Può un coach guidarti nella ricerca della felicità personale e professionale? Riflessioni sul coaching

Durante una delle mie esplorazioni internettiane ho scoperto che a Milano esiste ADF alias l’Accademia della Felicità, un luogo in cui (ri)trovare il sorriso, capire i propri punti di forza, superare le proprie insicurezze ed ottenere una certificazione per acquisire una nuova professionalità. I professionisti che lavorano in ADF propongono alle persone strumenti pratici per realizzarsi in ambito personale e sul lavoro, individuare le proprie potenzialità, definire i propri obiettivi e i metodi per realizzarli. Non solo. E’ possibile anche frequentare un master per diventare coach.

Sarà stata la carica attrattiva legata al nome della società, vincente idea di marketing bisogna riconoscerlo, o la curiosità di andare un po’ più a fondo rispetto a tematiche come quella del cambiamento e della passione legata al lavoro, fatto sta che ho deciso di partecipare all’Open Day, una giornata di incontro con i vari professionisti di ADF, per conoscersi e avere una panoramica delle attività che si svolgono in Accademia. C’era da aspettarselo, ma fa sempre un certo effetto, che la platea di ascoltatori fosse composta quasi al 100% da donne, di tutte le età e alla ricerca della propria felicità sul piano personale o professionale. La vera anima di questa società di formazione e coaching è Francesca Zampone, che, dopo aver ricoperto per anni ruoli manageriali in ambito HR all’interno di multinazionali, ha deciso di abbandonare la strada aziendale per quella della libera professione e del coaching. Con lei altri colleghi arrivati in ADF attraverso percorsi diversi e non lineari, tutti accomunati dalla riscoperta di se stessi e della ricerca di un piano B. Ciascuno di loro, rispetto al proprio background professionale e personale, gestisce in ADF corsi di coaching incentrati su varie tematiche come il lavoro, l’affettività, il time management, l’autostima, lo stile di vita, la libroterapia ecc., ai quali chiunque può iscriversi e partecipare per superare degli ostacoli e raggiungere degli obiettivi. Inoltre in ADF è possibile seguire un master di 6 mesi + 2 di tirocinio in coaching per diventare coach certificato.

Volete sapere qual è la mia impressione dopo aver ascoltato tanti interventi e percorsi di vita? Sicuramente i temi trattati fanno inevitabilmente scattare delle domande, ti portano ad interrogarti su alcuni aspetti di te, della tua persona e del lavoro che fai. L’entusiasmo di chi parla ti coinvolge e sono convinta che molti di questi corsi e workshop possano essere efficaci. Tuttavia questa giornata non è riuscita a far sfumare del tutto le perplessità che ho nei confronti del coaching o meglio di chi ricopre il ruolo di coach. Durante uno degli interventi è stato sottolineato che il coach non è uno psicologo né tanto meno un counselor e che non può fare domande indiscrete che vanno a scavare nel passato personale del proprio cochee. Questo è eticamente e teoricamente corretto. Ma nella pratica è possibile risolvere un tema legato all’autostima o alle catene affettive senza scavare nelle cause che quasi sempre sono legate al passato personale? Ne’ tanto meno è scevro da questa condizione il tema lavoro perché professione e persona sono indissolubilmente legate. E allora mi chiedo se 6 mesi di master + 2 mesi di tirocinio possano davvero darti le competenze per ricoprire un ruolo così delicato. Mettere le proprie frustrazioni, aspirazioni, desideri, catene emotive nelle mani di qualcun altro è sempre un gesto di incommensurabile fiducia, ma può essere anche molto rischioso.

Lavorando nelle Risorse Umane ho visto con mano quali danni possono causare persone che si improvvisano coach e che dalla sfera professionale vanno oltre, impattando negativamente sulla sfera emotiva e personale del lavoratore. Sono tanti, troppi coloro che si propongono come coach oggi, sintomo di un’attività che è più una moda e un mezzo per creare un business, piuttosto che una professionalità con crismi ed etica. E purtroppo spesso è anche difficile rendersi conto dell’incompetenza altrui perché molti di essi sono degli abili comunicatori, fantastici istrioni che sanno perfettamente quali corde toccare o quali temi affrontare per attirare curiosità, destare interesse e fare breccia nei cuori.

Bisognerebbe avere molto più rispetto per questa professione, che, se esercitata correttamente, rappresenta un grande vantaggio per chi ha bisogno di un supporto per un’evoluzione, miglioramento o sviluppo. Quindi il mio consiglio è, prima di affidarvi a un coach per lavorare su un tema professionale o personale, informatevi molto bene sulle sue attività, sui progetti passati, sulle sue certificazioni, su eventuali clienti noti e cercate di ridimensionare il vostro entusiasmo se a un primo incontro avete le sensazione che abbia capito tutto di voi e abbia la soluzione all inclusive al vostro problema.

E ricordatevi sempre che la professionalità va sempre a braccetto con integrità e rispetto della persona.

Giada B.

Consapevolezza e sintesi. Quel tanto che fa la differenza quando si cerca lavoro.

Consapevolezza e sintesi sono due caratteristiche che possono fare la differenza quando si cerca lavoro.

CONSAPEVOLEZZA E SINTESI

C’è una prova che contraddistingue tutti gli Assessment Center ed è il giro di presentazioni.

Se vi è mai capitato di partecipare ad un colloquio di gruppo, solitamente, dopo il saluto iniziale e l’introduzione alla giornata, l’assessor o il rappresentante aziendale invita ciascun candidato a presentarsi in pochi minuti al gruppo. Tre minuti per raccontarsi e spigare chi si è, cosa si fa e perché si è lì. Se pensate che sia banale e che tre minuti siano pochi vi sbagliate. Mi è capitato spesso di assistere a scene di silenzio, a presentazioni fuori tema, a racconti che si esauriscono nel giro di 10 secondi.

Il giro di presentazioni in un colloquio di gruppo non è solo una formalità o una tecnica per rompere il ghiaccio. E’ una prova a tutti gli effetti che pesa nella complessità dell’assessment direi un 30%. E’ il biglietto da visita, quella prima impressione che inevitabilmente condiziona il proseguo delle attività.

E’ un processo mentale non da poco, che comporta innanzitutto un’ottima  consapevolezza di sé e di quello che si fa e la capacità di selezionare le informazioni opportune per quel contesto. Consapevolezza e sintesi.

COSA FA LA DIFFERENZA QUANDO SI CERCA LAVORO

Due concetti probabilmente all’antitesi con la velocità alla quale corre il nostro mondo e il turbinio di informazioni, segnali e simboli a cui siamo ogni giorno sottoposti.

Per avere una conferma dell’incapacità o difficoltà di autodeterminarsi facciamo un test e proviamo a guardare i siti online delle principali aziende. Resterete stupiti nel constatare che pochissime spiegano in modo chiaro e sintetico qual è il core business aziendale. Nella sezione “Chi siamo” ci sono lunghe digressioni sulla storia dell’azienda, sulla presenza nel mondo, sui marchi, sui numeri ed investitori. Ma poche spiegano chi sono e cosa fanno. Eccesso di superbia da parte di chi pensa che tutto il mondo conosca il proprio brand? Oppure difficoltà a condensare in poche parole il frutto di ricerca e sviluppo, innovazione e intraprendenza?

A chi non è capitato di avere a scuola un professore bravo ma che “non sapesse insegnare”, che non riuscisse a restituire in modo semplice, completo ed efficace le nozioni della materia? O quale studente che, grazie a una delle tante riforme della scuola, si è trovato di fronte la cosiddetta “risposta breve” e non ha dovuto sforzarsi per capire quale fosse la tecnica giusta per rispondere a un quesito con poche parole, ma in modo esauriente? Lo si può fare solo se si ha una piena padronanza della materia in questione e si tiene bene in mente qual è l’obiettivo da raggiungere.

PROVA A RACCONTARTI IN TRE MINUTI

Nella ricerca del lavoro, nella stesura del CV e nei colloqui di lavoro vale la stessa regola.

Fermiamoci per un secondo a pensare a chi siamo, qual è il nostro background professionale e dove vogliamo andare. Mettiamo tutto insieme, eliminiamo il superfluo e proviamo a raccontarci in tre minuti.

Saremo più sicuri, più convincenti e più determinati. Ora riproviamo a fare lo stesso esercizio ma pensando anche a chi abbiamo di fronte e alla posizione professionale per cui ci stiamo candidando. Mettiamoci nei panni dell’altro, dove l’altro può essere il selezionatore o il ruolo che vorremmo ricoprire. Il nostro racconto non cambierà tanto ma daremo più enfasi a determinati aspetti di noi stessi e delle nostre esperienze passate. Ed è quel poco che spesso fa la differenza e ci fa emergere rispetto agli altri.

Giada B.

cv creativi

Riflessioni e modelli creativi per creare un CV di successo

Sei alla ricerca di modelli creativi per creare un curriculum che faccia colpo? Sei sicuro che siano davvero efficaci?

Il mondo si evolve e anche il caro e vecchio curriculum vitae in bianco e nero deve fare i conti con la modernità per tenere il passo con i tempi. Recentemente si è parlato tanto di una ragazza che, per candidarsi per uno stage estivo presso un’agenzia creativa, ha creato un curriculum fuori dagli schemi. costruendo con i LEGO una propria miniatura con tanto di istruzioni, poster e il risultato reale della sua riproduzione con i mattoncini.

ESEMPI E MODELLI CREATIVI DI CURRICULUM

Colpire, destare l’attenzione, emergere fra le centinaia di candidature è la speranza di tutti coloro che sono alla ricerca di lavoro. Ma come si fa a restituire un’immagine professionale di sé distinguendosi? E qual è il confine fra creatività che stupisce ed eccesso che infastidisce?

Un’idea in merito ce l’ho, ma, prima di condividerla con voi, vi propongo degli esempi di curriculum creativi trovati in rete.

CV A DIAGRAMMA

Al bando i cv prolissi e spazio a curricula di facile intuizione, grazie a chiari diagrammi ad insiemi ed istogrammi per valutare a colpo d’occhio esperienze e competenze.

curriculum vitae creativo

CV VINTAGE

Nero, bianco e tonalità di grigio accostati al rosso consentono una maggiore leggibilità, suddividendo le sezioni in modo ordinato.

3

CV CEREBRALE

Una mente ricca di informazioni per focalizzare l’attenzione sul “peso” della candidatura.

curriculum vitae creativo

CV MILITARE

Ferrea disciplina e rigore per un perfetto stacanovista.

curriculum vitae creativo

CV ALTER EGO

Inviare una propria miniatura come miglior biglietto di presentazione.

7

CV MARKETTARO

Fare marketing di se stessi in una versione briosa da fumetto.

curriculum vitae creativo

CV RITRATTO

Invece di aggiungere la foto tessera perché non disegnare un ritratto di se stessi?

curriculum vitae creativo

CV FRECCETTE

Fare “centro” grazie a sezioni ben distinte e divertenti icone colorate.

curriculum vitae creativo

CV TROPICALE

Design elegante dai colori tenui e caratteri sinuosi.

curriculum vitae creativo

CV SURVIVOR

Restare a galla grazie all’esperienza e alle competenze acquisite. Una bella metafora che vale anche sul lavoro!

curriculum vitae creativo

CV DA SOLLEVAMENTO

Un immagine divertente di chi cerca lavoro cercando di tirare su come un cavo del PC le sue passate esperienze formative e professionali.

curriculum vitae creativo

RIFLESSIONI SUL CURRICULUM EFFICACE

Belli, non c’è che dire, anche se ho qualche dubbio sulla loro efficacia. Ecco, dalla mia esperienza, dopo aver letto centinaia di cv, il curriculum perfetto deve soddisfare tre condizioni: deve essere intuitivo, leggibile, esaustivo. Chi lo legge deve trovare subito le info di cui ha bisogno, deve essere scritto con caratteri chiari che agevolino la fruizione e deve restituire tutte le informazioni utili per la candidatura. Ben vengano i cv creativi che soddisfano queste tre condizioni. In caso contrario lasciamoli in mano ai candidati per le agenzie creative e torniamo al caro vecchio rassicurante cv in bianco e nero!

Clicca qui e scopri tutto quello che c’è da sapere per scrivere un curriculum efficace!

E voi cosa ne pensate? Qual è il vostro cv preferito? 🙂

Giada B.

videogiochi lavoro

Trasforma la tua passione per i videogiochi in un lavoro e scopri le aziende che assumono!

I videogiochi sono sempre stati il tuo passatempo preferito? Perché non trasformi questa tua passione in un lavoro? Se confrontato con il mercato americano, quello italiano è ancora all’inizio, ma nel nostro paese il settore dei videogiochi si sta dimostrando molto vivace ed in piena fase di espansione.

I ❤ VIDEOGIOCHI

E’ un mercato in fermento grazie ai continui progressi tecnologici che hanno permesso non solo di abbattere le barriere geografiche, consentendo a giocatori di diverse parti del mondo di sfidarsi virtualmente. Ma, grazie anche alla creatività e allo sviluppo di temi e dinamiche molto vicine alla realtà, è diventato un passatempo non solo per i più piccoli ma anche per un pubblico adulto. Non a caso gli sviluppatori italiani sono molto forti nella produzione e nella progettazione creativa e l’unico ostacolo all’ascesa di molte start up è rappresentato dalla difficoltà di ottenere dei finanziamenti.

Non è difficile trovare un’opportunità di lavoro nelle tante start up o nelle realtà più affermate. I ruoli più ricercati sono ovviamente profili tecnici, anche se non mancano posizioni aperte in ambito commerciale e marketing.

Se sei interessato a trovare lavoro nel mondo dei videogiochi dai un’occhiata a queste aziende:

AZIENDE CHE ASSUMONO

Raylight Studios (S. Angelo a Cupolo – BN)

E’ una società fondata nell’aprile del 2000. Lo scopo dei fondatori è quello di creare una nuova realtà per l’ideazione e lo sviluppo di videogames di alta qualità: un nuovo punto di riferimento nell’industria dei videogiochi. Scopri chi stanno cercando nella sezione Jobs.

Ubisoft Entertainment (Milano)

E’ una multinazionale francese sviluppatrice e distributrice di videogiochi, è la terza maggiore azienda di distribuzione di videogiochi in Europa e la settima negli Stati Uniti. E’ sempre alla ricerca di personale per implementare l’organico della sede Milanese con tecnici, sviluppatori, programmatori e specialisti in animazione. Guarda la pagina Careers.

Milestone (Milano)

Nasce a Milano nel 1996 e ancora oggi rappresenta la più grande realtà italiana impegnata nello sviluppo di videogiochi per console e PC. Un team creativo, esperto e con una grande passione per il mondo dell’automobilismo e del motociclismo, ha creato negli anni passati alcuni giochi di guida che sono realmente entrati nella storia. Sfoglia gli annunci nella pagina Lavora con noi

Artematica (Chiavari -GE)

E’ un’azienda italiana indipendente produttrice e sviluppatrice di software, in particolare videogame e advergame. Invia la tua candidatura spontanea sulla pagina Contatti.

Rainbow Srl Loreto (AN)

Non è precisamente un’azienda legata all’industria dei videogiochi, ma è doveroso citarla perché è una content company che crea e produce property di animazione per bambini. Con più di 300 dipendenti e 11 aziende, Rainbow è il più grande studio Europeo dedicato alla produzione televisiva e cinematografica d’animazione. Oltre alla creazione e produzione di cartoni animati, Rainbow si occupa anche della distribuzione e del licensing dei personaggi. Consulta le posizioni aperte sulla pagina Lavora con noi

TRASFORMA LA PASSIONE IN UN LAVORO

E, se non si possiedono le giuste competenze, è possibile acquisirle iscrivendosi al Corso di Laurea da quest’anno attivo presso Link Campus University  di Roma e Vigamus Academy (il museo del videogioco). I tre anni accademici hanno l’obiettivo di formare figure specializzate dell’industria dell’entertainment elettronico: game developer, editor, specialista marketing, esperti di comunicazione ecc. Gli studenti Milanesi potranno invece iscriversi al nuovo indirizzo Video Game del Corso di Laurea Magistrale in Informatica presso la Statale di Milano. Il piano formativo è articolato in due macro-aree di specializzazione: progettazione (Game Design) e programmazione (Game Programming) per videogiochi.

In bocca al lupo ed…enjoy! 😉

Giada B.

Le donne sono più diligenti e attente alle regole degli uomini. Quando un plus diventa un minus sul lavoro.

Recentemente un’indagine condotta dalla Hewlett Packard ha messo in luce che gli uomini rispondono a un’offerta di lavoro anche se il loro profilo è in linea solo per il 60% con i requisiti indicati, le donne, invece, inviano la loro candidatura solo se il loro profilo è compatibile al 100% con quanto richiesto. Un articolo pubblicato su Forbes ha interpretato questa statistica sostenendo che gli uomini sono più fiduciosi delle loro capacità, mentre le donne non si sentono sicure fino a quando non hanno spuntato tutte le voci dall’elenco. Il consiglio? Le donne devono avere più fiducia in se stesse.

Ma siamo sicuri che si tratti solo di una questione di sicurezza? Quando decidiamo di non inviare il nostro cv per una posizione interessante, siamo certe che non lo facciamo perché non abbiamo fiducia nelle nostre capacità? La scrittrice Tara Sophia Mohr ha intervistato un migliaio di professionisti di entrambi i sessi e ha scoperto che il problema principale non è una questione di fiducia. O per lo meno, non solo.

donne - uomini - lavoro - annuncio - candidatura

Infatti solo il 10% delle donne e il 12 % degli uomini intervistati ha confessato di non candidarsi per paura di non essere in grado di svolgere bene il lavoro. Più del 40% delle donne e degli uomini, invece, se non è in possesso di tutte le qualifiche necessarie, non si candida per evitare di perdere tempo ed energie. Questo assunto sposta l’attenzione dal fare bene il proprio lavoro alla possibilità di essere assunti: la mancanza delle qualifiche necessarie non è un impedimento a svolgere bene l’attività ma rappresenta un ostacolo per superare con successo l’iter di selezione. Per questi professionisti la capacità di intessere relazioni e di inquadrare e raccontare la propria esperienza con un approccio creativo non è sufficiente per superare la mancanza di competenze e le  qualifiche professionali richieste. Ciò che agisce da freno non è quindi una percezione negativa di se stessi quando una percezione negativa del processo di assunzione.

Un altro 22% di donne ha indicato come ragione principale: “Non pensavo che mi avrebbero assunto dato che non possiedo tutte le qualifiche necessarie e non volevo espormi professionalmente se c’era la possibilità di fallire.” Invece solo il 13% degli uomini ha indicato il fallimento come motivo principale.

Un’altra notevole ed emblematica differenza di genere nelle risposte vede le donne più reticenti a candidarsi perché più rispettose delle linee guida indicate per la candidatura: il 15% delle donne contro l’8% degli uomini dichiara di attenersi scrupolosamente alle indicazioni date dalle aziende in fase di candidatura. Se sommiamo le tre percentuali, più del 70% delle donne non invia la propria candidatura perché crede nelle regole e vede l’iter di selezione più come un processo da manuale con linee guida poco flessibili e duttili che come un percorso di conoscenza dinamico e malleabile.

Il motivo di questa sorta di integrità trova le sue risposte in una dimensione socio-culturale. Un’indagine di McKinsey ha messo in luce che gli uomini sono spesso assunti o promossi in base al loro potenziale, le donne per la loro esperienza e risultati raggiunti. Le donne sono quindi necessariamente portate ad avere una maggiore sensibilità verso i requisiti. Inoltre, durante la carriera scolastica e universitaria, le donne ottengono maggiori risultati perché più ligie al dovere e attente alle regole. Una dedizione che però si paga nel mondo del lavoro e che agisce come un freno. A questo si aggiunge poi la discriminazione di genere. Il XX secolo ha visto irrompere le donne nel mondo del lavoro e degli affari, una dura emancipazione ottenuta grazie alla caparbietà di donne che hanno dovuto dimostrare le loro capacità a fronte di titoli e qualifiche. La formazione, le qualifiche i titoli ci hanno permesso di essere credibili agli occhi di un mondo allora molto maschilista e scettico.

Le cose per fortuna oggi sono in parte cambiate e le donne hanno maggiori possibilità di fare carriera rispetto a ieri. Tuttavia quando facciamo il nostro ingresso nel mondo del lavoro ci accorgiamo presto che le decisioni più importanti sono prese  non sulla base di attente riflessioni o procedure, ma da chi “si sa vendere” perché costruisce relazioni più efficaci ed più intraprendente nel proporre nuovi progetti. Essere diligenti, preparate e attente alla qualità del lavoro non sempre paga e spesso queste doti non rappresentano gli ingredienti principali per acquisire visibilità e successo all’interno dell’azienda.

Dobbiamo ricordarci di tutto questo anche quando cerchiamo lavoro. Certo, non sarebbe male credere di più in noi stesse. Ma in questo caso è più importante osservare meno le regole e avere un po’ più di sana faccia tosta. 😉

Giada B.

start up

L’80% delle start up finanziate in Italia fallisce? E’ un dato positivo!

«L’ottanta per cento delle start up finanziate in Italia fallisce, forse anche il novanta: è un dato statistico, ed è un dato positivo. Non bisogna pensare a chi non ce la fa, ma pensare a un processo di apprendimento che porta a costituire soggetti più forti». Lo ha affermato Alberto Onetti, presidente di Mind the Bridge, fondazione che da anni si occupa di valorizzare le start up nascenti e di organizzare corsi per investitori ed imprenditori.

Se la crescita personale è governata dal detto “sbagliando si impara”, perché questo leitmotiv non vale anche per la nostra vita professionale? Lasciamo da parte tutte le più note, ovvie e giuste considerazioni, su tasse e affitti da pagare, mutui da richiedere, sull’assenza di capitali e la diffidenza delle banche. Lasciamo da parte tutto questo che c’è, esiste e rappresenta un freno. Ma quanto l’assenza di intraprendenza e la paura di rischiare è imperniata di atrofia culturale? Quanto la nostra pigrizia creativa ci limita nelle scelte e nella creazione di un futuro che sentiamo nostro? Onetti è certo che il vero male è rappresentato dalla «cultura del posto fisso: abbiamo creato un mito che ha distrutto una generazione…la più grande differenza tra Italia e Stati Uniti nell’approccio verso la start up è il concetto del fallimento». Se infatti in America è una condizione essenziale per la crescita, in Italia rappresenta una macchia da nascondere e da far sparire. Questo sicuramente non aiuta e non incoraggia chi vuole provarci. Siamo sempre meno educati all’intraprendenza e alla visione creativa e sempre più atterriti all’idea di sbagliare e fallire. E tutto questo impedisce lo sviluppo di una cultura dell’errore come  possibilità di miglioramento e apprendimento. 

Una delle competenze più richieste in azienda è la visione strategica, la capacità di guardare lontano ponendoci degli obiettivi che devono guidare le nostre azioni per raggiungere dei risultati. Il rischio di fallire si assottiglia se siamo adeguatamente preparati e se abbiamo una visione strategica. Minore è il livello di improvvisazione, maggiori le possibilità di trasformare la nostra idea in un’occasione concreta di business. Informiamoci, formiamoci, studiamo il mercato, il territorio e la concorrenza. Il tempo è un grande alleato per essere sicuri delle scelte che compiamo, per far sedimentare le idee, cambiarle o abbandonarle del tutto, per prepararci adeguatamente al progetto, per essere convincenti agli occhi del nostro mondo e del mondo esterno, per sbagliare e raddrizzare il tiro. Fissiamoci una scadenza e, nel tempo che abbiamo a nostra disposizione, creiamo il terreno fertile sul quale possa nascere il nostro progetto. 

Non è detto che bisogna sempre lanciarsi senza dispositivi di sicurezza, si può anche planare dolcemente!

Giada B.

Barbie e le donne imprenditrici: un’icona pop che invita le donne a non mettere limiti alle proprie ambizioni

Lo riconosco. Ho sempre avuto un cromosoma X molto sviluppato. Come ogni femmina doc che si rispetti, amo vestiti, borse, scarpe, trucchi, gioielli, il rosa schocking e un po’ di sano eccesso di trash. E come la maggior parte delle bambina cresciute alla fine degli anni ’80 nutro un amore sconsiderato per la bambola di tutte le bambole: Barbie! La fantasia dei bambini è eccezionale, ma la mia doveva avere una potenzialità notevole se ripenso alle incredibili storie inventate sul pavimento della mia cameretta, e a tutti quegli intrallazzi ed ambientazioni costruite ad hoc, per mettere in scena la vita dinamica della mia beniamina: Barbie che con il camper porta i bambini al mare, Barbie che invita le sue amiche a prendere un the a casa, Barbie che guida la macchina per andare a fare shopping, Barbie che cura gli animali, Barbie che si innamora di Ken e lo sposa. La scena si risolveva in una manciata di minuti, ciò che invece richiedeva sforzo e capacità decisionale era il lavoro preparatorio, dall’allestimento del set, alla scelta dell’abito, delle scarpe e dell’acconciatura. Ore e ore a fantasticare e a vivere la vita della mia pupilla.

Se c’è proprio una cosa che non sopporto è la dietrologia che si è fatta dietro questo giocattolo: c’è chi ha visto in Barbie una bambola diseducativa per via delle sue forme irreali, emblema della perfezione posticcia, della bellezza plastificata, della bionda vacuità, modello sbagliato per le bambine in crescita. Ha delle misure perfette da top model? Vero. Ha capelli biondi lunghi e setosi? Vero. Ha un guardaroba illimitato? Vero. E allora? Ma da quando i giocattoli devono rappresentare per forza il mondo reale? Per fare i conti con i problemi, le debolezze, le imperfezioni personali c’è tutta la vita davanti. Almeno i bambini lasciamoli fantasticare e sognare un mondo bello, colorato, vivace. Lasciamoli creare personaggi, storie, ruoli, finali sempre diversi in piena libertà.

Barbie rappresenta la perfezione, una perfezione che non si può eguagliare perché appunto non reale. Lasciamo stare per una volta il fisico e le forme. Guardiamo a cosa c’è dietro. Barbie è un’icona alla quale si può tendere, alla quale ci si può ispirare, dalla quale si può trarre qualcosa di buono. E’ un simbolo di eleganza e di femminilità, è un personaggio che è riuscito ad adeguarsi ai tempi e ai cambiamenti e da oggi diventa anche un esempio di intraprendenza e coraggio. La Mattel ha infatti promosso una nuova immagina della bambola più famosa al mondo. Già presente sui social network più noti, da pochi mesi Barbie è sbarcata anche su Linkedin, il social dedicato al mondo del lavoro. Dal suo esordio nel 1959, Barbie si è proposta sul mercato prendendo le vesti di più di 150 professioni diverse, arrivando quindi ad incarnare l’immagine della donna in carriera per eccellenza. Un curriculum che racconta attraverso la metamorfosi di Barbara Millicent Roberts, al secolo Barbie, le molteplici potenzialità delle donne nel mondo del lavoro.

Ed oggi Barbie fa nuovamente capolino nel mondo del lavoro con la nuova professione di “Incubatrice di Sogni” e veste i nuovi panni di consulente, aiutando le ragazze di tutto il mondo ad esercitare la loro immaginazione, provare diverse carriere ed esplorare il mondo che le circonda. Nonostante abbia vissuto più di 150 carriere la sua vera vocazione è quella di incoraggiare le generazioni di ragazze a non mettere limiti alle loro ambizioni.

Al di là dell’evidente escamotage pubblicitario, trovo molto bello il messaggio trasmesso. Osare, seguire i propri sogni, avere il coraggio di esprimere la propria personalità sono tutti comandamenti che dovremmo sperimentare un po’ di più. E per spronare le giovani donne a sfidare la norma, Barbie dedica uno spazio a entrepreneurs di successo, donne imprenditrici che hanno trasformato il loro sogno in un’occasione professionale. Importante è iniziare fin da piccole a pensare in grande, e, per l’occasione, è stato ha creato un simpatico tool nel quale è spiegato attraverso il gioco cosa vuol dire avviare un business di successo.

La Barbie non venderà più come prima ma cosa c’è di più smart del messaggio che porta e di più pop dell’icona che rappresenta?! Non biasimatemi perciò se prendo in prestito il suo motto e lo faccio diventare il mio. Quindi, care fanciulle ricordiamoci sempre che:

 

If you Can Dream It, You Can Be it!
Se Puoi Sognarlo, Puoi Diventarlo!

Giada B.