Author Archive Giada B.

recruiter

Critiche, segreti, e cliché da sfatare. Riflessioni sulla professione di Recruiter

Come mai il ruolo di Recruiter riceve spesso critiche ed è messo così sotto accusa?

Il commento di una lettrice del blog all’articolo Quello che dici, come lo dici, come ti presenti: quello che gli intervistatori valutano nel colloquio di lavoro mi ha innescato una serie di riflessioni. Se non lo avete già fatto vi invito a leggerlo.

RIFLESSIONI SULLA PROFESSIONE DEL RECRUITER

Partiamo dal presupposto che la mia esperienza mi ha insegnato che in azienda ci sono tantissime persone poco competenti ma che si sanno vendere, molte persone di grande competenza che non si sanno vendere, poche persone di grande competenza che si vendono bene. E questo vale (purtroppo) anche per chi lavora nella selezione del personale.

Quello del recruiter è un ruolo molto insidioso, perché si ha che fare con la vita professionale delle persone e, se non ci si responsabilizza e non si ha la giusta intelligenza emotiva, si rischia di fare dei grossi danni. Diffidate da chi pensa che l’etica nel lavoro non esista e che tutto risponde a un ideale più alto chiamato business.

Esiste l’etica, la morale e il rispetto. Questo non vuol dire essere buoni o deboli. Spesso non c’e altra soluzione che il licenziamento. Si sa che per diverse ragioni è la strada giusta o l’unica percorribile. Ma lo si deve fare quando non ci sono altre soluzioni e lo si può fare anche continuando a trattare l’altro con rispetto.

Purtroppo non è sempre così, purtroppo molti professionisti delle risorse umane sono rapiti da una sorta di delirio di onnipotenza che li porta ad esercitare forme e modalità poco rigorose.

CLICHE’ DA SFATARE E SEGRETI DA CONOSCERE

Ora, dopo una critica alla mia categoria, vorrei anche smontare alcuni cliché ricorrenti che ingiustamente offuscano questa bellissima professione. Le accuse che spesso arrivano dai candidati sono queste:

1) “Ho inviato decine di curricula senza ricevere risposta!”

Sapete quanti curricula arrivavano per le posizioni pubblicate da l’Oreal quando lavoravo nella consulenza? Più di 5.000 per annuncio! E’ improbabile che un consulente riesca a visionare tutto questo materiale. E quindi forse, se non ricevete risposta, non è perché il vostro profilo non risponde ai requisiti, ma perché forse non è stato mai letto.

Vi svelo un segreto: affannarsi a rispondere per primi ad un annuncio può essere controproducente, perché i software utilizzati dai Recruiter per la scrematura dei curricula mostrano in prima pagina gli ultimi curricula arrivati. Immaginate di avere un contenitore che si riempie: i sassolini alla base saranno i primi che si depositeranno e gli ultimi ad essere pescati!

E purtroppo qui si tratta di fortuna, non ci sono molte strategie che si possono applicare. L’unica cosa che il recruiter potrebbe fare è associare un questionario di screening all’annuncio per ridurre il numero di profili idonei, ma non sempre è presente, purtroppo.

2) “Pensavo di essere perfetto per quel profilo, ma mi hanno scartato”

Non tutti i requisiti sono esplicitati nell’annuncio. Alcuni per questioni discriminatorie, altri per ragioni strategiche. E’ inutile nasconderlo, l’età o il genere sono dei deterrenti, non lo si dice, ma alcune ricerche sono aperte a profili junior e altre a senior, per alcune sono preferite le donne per altre gli uomini.

Oppure l’azienda per la quale si lavora o si è lavorato in passato non è considerata una realtà “che fa scuola” e quindi si è scartati. O ancora, sono presi in considerazione solo neolaureati che hanno ottenuto un voto di laurea superiore ad un dato punteggio.

3) “Ho sostenuto un primo colloquio e poi mi è stato detto che cercano un profilo più senior Ma non lo sapevano anche quando mi hanno contattato?”

Il recruiter non ha a che fare solo con il cliente esterno, il candidato, ma anche con il cliente interno, il management. Non potete immaginare quante volte in corso d’opera sono rivisti i requisiti del ruolo. Perché magari nel frattempo qualche collega è stato spostato di funzione, perché qualcuno è andato via, per una nuova visione strategica, perché è mutato il budget o semplicemente perché il manager ha cambiato idea.

Purtroppo in azienda ci si chiarisce le idee strada facendo. Vi state domandando se questo non sia controproducente. Certo che lo è, si sprecano energie, tempo e denaro, si rallentano i processi, restano scoperte posizioni per mesi, si creano false aspettative nei candidati. Risorse umane e business dovrebbero lavorare in modo più sinergico per limitare questi inconvenienti.

4) “Ho sostenuto un colloquio, ma poi non mi hanno fatto sapere nulla”

Credetemi, un bravo recruiter sa perfettamente quanto sia importante restituire un feedback, positivo o negativo che sia. Spesso però, quando le ricerche sono tante, si protraggono per mesi e si incontrano tanti candidati, è difficile mantenere fede alla promessa. In questi casi inviate voi una mail al recruiter chiedendo se ci sono novità, sono sicura che vi risponderà.

Pensate ancora che i recruiter siano dei “cecchini pronti a sparare”? 🙂

Fatemi sapere quali sono state le vostre esperienze e qual è la vostra percezione di questa professione!

Giada B.

Quello che dici, come lo dici, come ti presenti: quello che gli intervistatori valutano nel colloquio di lavoro

Si sa, il colloquio di lavoro è un momento critico. Non basta preparare un curriculum perfetto e recitare alla perfezione il proprio vissuto lavorativo. Ci sono fattori più sottili che gli intervistatori prendono in considerazione.

QUELLO CHE DICI, COME LO DICI, COME TI PRESENTI

In questa infografica di Classes and Careers emerge che dietro ad un semplice colloquio di lavoro si cela un mondo di significati e simboli che nemmeno la più complessa liturgia potrebbe contemplare! 2.000 intervistatori hanno messo a nudo quello che spesso non viene palesato  in un colloquio ed è emerso innanzitutto che i primi 90 secondi sono decisivi per capire se il candidato sia dentro o fuori.

Concordo, come nella vita, ad eccezione di pochi casi, la prima impressione è quella che conta. Quindi piuttosto che spendere ore a prepararsi per un colloquio, sarebbe meglio dare un’occhiata ai risultati di questo sondaggio!

colloquio di lavoro errori consigli

L’idea che l’intervistatore si fa del candidato nei primi minuti è basata su:

  • 55% il modo in cui è vestito, come si presenta, come si muove
  • 38% come lo dice (tono di voce, correttezza grammaticale, grinta)
  • 7% quello che dice (contenuti)

La prima impressione è determinata dunque da aspetti non-verbali. Come un dono che, prima di essere scartato per vedere cosa c’è dentro, viene notato per la bellezza del fiocco e della carta regalo, così anche noi dobbiamo prestare la giusta attenzione alla forma e allo standing. Nel colloquio tutto quello che ci riguarda è oggetto di valutazione!  Il sondaggio però ci dice che la maggior parte delle volte non prestiamo attenzione a questi aspetti e gli errori più comuni che ci fanno giocare il posto di lavoro sono:

  • 67% Evitare di guardare negli occhi il proprio interlocutore
  • 47% Avere una scarsa conoscenza dell’azienda
  • 38% Non sorridere
  • 33% Avere una postura scorretta
  • 33% Muoversi continuamente
  • 26% Dare una stretta di mano poco energica
  • 21% Parlare con le braccia incrociate
  • 21% Giocare con i capelli e toccarsi nervosamente il volto
  • 9% Gesticolare troppo

E’ vero, niente quanto la mancanza dell’incrocio di sguardi può innervosire un intervistatore! Avere davanti a te una persona che parla ma che non ti guarda negli occhi distoglie l’attenzione dal contenuto e indispone all’ascolto. Ed è anche vero che niente come un sorriso e una volto cordiale attrae, aumenta l’interesse e ti invoglia all’ascolto.

E l’abbigliamento quanto incide? Tantissimo. il 65% degli intervistatori ammette che, di fronte a due candidati con la stessa professionalità, la scelta ricade su colui che ha un abbigliamento più appropriato, non eccessivamente colorato né troppo trendy. La sobrietà insomma premia!

Ok, siete stati bravi, avete superato la prima impressione, potete tirare un sospiro di sollievo…ma davvero pensate che il resto del colloquio sia in discesa? Sbagliato! Ora dovete porre attenzione a quello che dite e quello che non dite. In ordine di importanza ricordatevi che può rappresentare uno sbaglio:

  1. Non fare domande sul lavoro
  2. Non riuscire a distinguersi dagli altri candidati
  3. Improvvisare
  4. Mostrarsi quello che non si è
  5. Concentrarsi troppo su quello che si dice
  6. Non prepararsi sul ruolo
  7. Non mostrare troppo interesse ed entusiasmo
  8. Mancare di humour, empatia e personalità
  9. Ammettere che non si è superato lo shock per la perdita del lavoro
  10. Dilungarsi sul perché si è perso il posto di lavoro

GLI ERRORI PIU’ COMUNI

Come emerge dal sondaggio e come aveva messo in evidenza Fabrizio Piacentini nell’intervista pubblicata in uno dei precedenti post, gli intervistatori apprezzano molto che il candidato ponga delle domande di approfondimento a fine colloquio. E’ sinonimo di interesse e serve a capire quanto il candidato abbia messo a fuoco le caratteristiche del ruolo e dell’azienda. Avere ben chiaro a cosa ci si sta proponendo ci permette di mettere in luce le competenze che possediamo e che sono maggiormente richieste dal ruolo, dandoci una marcia in più rispetto agli altri concorrenti. L’altro grosso errore che ci fa perdere punti è la mancanza di preparazione: non sapere nulla o poco sul ruolo e sull’azienda penalizza anche il professionista più competente.

CONSIGLI UTILI PER NON SBAGLIARE

Quindi, prima di un colloquio per non sbagliare, seguite questi suggerimenti:

  1. Siate pronti a descrivere brevemente le vostre esperienze professionali
  2. Ripassate a mente le vostre competenze
  3. Assicuratevi di aver ben chiaro il ruolo
  4. Documentatevi sull’azienda

E’ vero, assieme alla preparazione, la fortuna è un altro fattore che pesa sulla buona riuscita di un colloquio. Però voi fatevi furbi, perché al di là della imprevidibilità dell’intervista, ci saranno delle domande che tutti gli intervistatori vi chiederanno! Chi non ha mai risposto a domande come queste?

  1. Mi racconti qualcosa di sé
  2. Perché vuole lavorare qui?
  3. Cosa conosce della nostra azienda?
  4. Perché vorrebbe lasciare il suo attuale lavoro?

Sono le più gettonate…e anche i best seller di intervistatori noiosi e poco creativi! :p

Prendete spunto da questi suggerimenti e metteteli in pratica nel vostro prossimo colloquio. Ma ricordatevi sempre però che la spontaneità è il miglior biglietto da visita.

In bocca al lupo!

Giada B.

Professione Consulente HR – Intervista a Fabrizio Piacentini, pioniere dell’e-recruiting!

Tanti sono gli articoli, approfondimenti ed interviste che parlano del mondo del lavoro. Quasi tutti però affrontano l’argomento dal punto di vista dei candidati e dell’azienda. Mi piacerebbe invece cambiare prospettiva e affrontare il tema scegliendo come interlocutore privilegiato il Recruiter, alias il Selezionatore del Personale, colui che centrifuga curricula e colloqui come se mangiasse Nutella. Ho scelto di esplorare il mondo della consulenza HR, un osservatorio privilegiato di chi ha a che fare con aziende di qualsiasi settore merceologico e con profili di tutte le funzioni aziendali.

Ho dunque il piacere di intervistare una delle voci più autorevoli del mondo della consulenza HR. Fabrizio Piacentini, classe ’68, è una delle colonne portanti della più nota società di recruiting on line in Italia.

Ciao Fabrizio, grazie di aver accettato il mio invito. Iniziamo!

Quando e come hai iniziato la tua carriera di consulente HR?

<<Beh, diciamo che è iniziato tutto un po’ per caso. Mi sono laureato in Giurisprudenza con l’idea di intraprendere la carriera forense, ma poi mi sono accorto che gli studi legali mi stavano un po’ stretti e ho deciso di mirare a qualcosa di più grande: l’impresa. Mi rendevo conto però che la mia preparazione accademica non sarebbe bastata e mi sono iscritto a un corso post laurea sulle tematiche riguardanti le Risorse Umane e l’Impresa, organizzato dall’Università Cattolica, dove ho appreso le metodologie e gli strumenti del reclutamento e della selezione. Successivamente sono stato chiamato da Jobpilot, una società in start up che si occupava di recruiting on line. Considera che stiamo parlando della fine degli anni ’90, erano gli anni del boom di internet e Jobpilot era uno dei primi portali dedicati al recruiting. E’ stata l’occasione per un entrare in una realtà che si occupava di Risorse Umane ma in un contesto che era molto più avanti in termine di visione, perché l’e-recruiting stava nascendo proprio in quegli anni. Inizialmente Jobpilot era solo una jobboard e cercava persone che, grazie ad un approccio consulenziale, si occupassero di redigere, modificare, “categorizzare” gli annunci/job profile delle aziende clienti, che sapessero in quale area funzionale andava collocata una data posizione e quali fossero i settori merceologici di riferimento. Questo business funzionava e dopo un anno è stata creata una divisione che si occupava di selezione. Qui ho iniziato la mia carriera di Consulente HR, gestendo dapprima i servizi di supporto alla selezione (screening, intervista telefonica ecc.) fino ad arrivare ad oggi nella mia attuale azienda dove ho la completa visione di tutto il processo di reclutamento e di selezione>>.

Quali sono le principali difficoltà nel ricoprire il ruolo di selezionatore nel mondo di ieri e in quello di oggi?

<<Agli inizi il mondo dell’e-recruiting veniva visto con molta diffidenza, soprattutto perché, fino agli anni ’90, internet era percepito come uno strumento misterioso, sembrava assurdo che qualcuno potesse inviare il cv via web! Solo gli HR Manager con una visione strategica di lungo termine avevano intuito che il connubio online e consulenza poteva funzionare. Utilizzare uno strumento nuovo in un canale tradizionale come quello delle Risorse Umane è stata la chiave di volta. Le tradizionali società di selezione utilizzavano ancora la classica posta e il cartaceo, ma non fornivano strumenti a supporto della selezione. Molte aziende ci hanno scelto perché potevamo unire la rapidità della risposta con gli strumenti classici della selezione. Inizialmente non eravamo completamente credibili, si pensava che potessimo gestire solo alcune selezioni e solo per alcune aziende. Successivamente abbiamo conquistato la fiducia dei clienti con l’impegno e con i tanti casi di successo. Oggi invece la principale difficoltà è gestire un cliente che si aspetta molto di più rispetto al passato. In questo momento faccio molta più ricerca perché le aziende sono più esigenti, non mi limito a vedere i curricula che arrivano in risposta all’annuncio, ma sfrutto tutto il web. E’ vero che gestiamo un numero più elevato di candidati, ma siamo supportati dalle moderne tecnologie e software che ci permettono velocemente di individuare ed isolare i profili ideali>>.

Qual è stato secondo te  il periodo d’oro per la consulenza HR?

<<Direi che dal 2005 in poi, fra alti e bassi, la consulenza HR vive un buon momento. In questi ultimi anni però gioca molto la capacità che hai di intessere relazioni. Mi accorgo infatti che l’azienda che compra il servizio sceglie te e non tanto il brand di riferimento. Lavoriamo con il new business ma molto spesso gestisco clienti storici che tornano a riacquistare perché hanno fiducia in me e nel mio lavoro>>.

Quali sono i cambiamenti che riscontri oggi nel mercato del lavoro, nei candidati, nelle aziende?

<<In questo momento il mercato è molto più oculato, le aziende non hanno tantissimi soldi da spendere e prima di scegliere un fornitore ci pensano molto bene. In passato c’erano budget più consistenti e se andava male la selezione non era un grosso problema. Sono cambiati i numeri, ci sono meno ricerche e molte più candidature. Oggi i candidati hanno capito che internet è uno strumento democratico>>.

Social network, linkedin, skype; i consulenti HR sono al passo con i tempi?

<<Non tutte le società di selezione sono al passo con i tempi. Molte utilizzano solo esclusivamente i canali tradizionali. Oggi tuttavia il cliente ha bisogno di più velocità e di più materiale e i social o skype possono darti una mano. Sono degli strumenti in più che possono integrare quella che è già una tua valutazione. Ad esempio quando intervisto telefonicamente o incontro a colloquio un candidato e ho dei dubbi sulla sua affidabilità utilizzo Facebook per carpire più informazioni. Ormai anche i profili pubblici dei social sono degli strumenti di valutazione. Certo non dobbiamo basarci esclusivamente su questi, ma possono essere strumenti di supporto>>.

La tua decennale esperienza come consulente della più importante azienda di recruiting online in Italia cosa ti ha dato?

<<Lavoro in una divisione generalista; chiaramente ciascun consulente ha una propria predisposizione in termini di profili, ma non siamo suddivisi in aree. Questo mi ha permesso di gestire ricerche sempre diverse. Posso dire di aver acquisito una conoscenza pressoché completa dei profili richiesti dal mercato del lavoro>>.

Cosa ti gratifica di più di questo mestiere?

<<La cosa che mi soddisfa di più è valutare il candidato e ricevere dal cliente la medesima opinione. Molto spesso quelli che individuo come punti di forza o aspetti caratteriali del candidato sono gli stessi individuati anche dal cliente. Non è scontato essere perfettamente allineati con i desiderata del cliente. Essere in sintonia appaga i miei sforzi>>.

In un recente post abbiamo parlato del nuovo mestiere di Hivescout, ossia di un professionista che si improvvisa Recruiter all’occorrenza, cercando i candidati che fanno il suo stesso mestiere. Cosa ne pensi?

<<Bah, sai, sono un po’ scettico verso chi si improvvisa Recruiter…e poi devo difendere la mia categoria! Scherzi a parte non credo che un Hivescout possa avere la giusta sensibilità sulle soft skills, sugli aspetti caratteriali, motivazionali e verso la persona in generale. Oggi trascorriamo gran parte della nostra giornata in azienda, non possiamo correre il rischio di assumere qualcuno preparato dal punto di vista tecnico ma che si rivela poi intrattabile e ingestibile. E poi, per sondare le competenze tecniche, c’è sempre il secondo colloquio con la linea aziendale. No, non la vedo come una professione emergente, al massimo potrebbe essere impiegato solo per selezionare profili molto tecnici in ambito IT>>.

Nel corso della tua carriera hai incontrato e parlato con centinaia di candidati tra colloqui individuali ed eventi HR. Quali sono state le domande più frequenti che ti sono state poste? Quali i consigli più importanti che hai dispensato?

<<Partiamo dal presupposto che i candidati molto spesso non sanno che domande fare. Al termine del colloquio non hanno il coraggio di chiedere o, peggio, non sono preparati. In linea di massima comunque i neolaureati mi fanno domande sugli sbocchi professionali, sulle possibilità di job rotation e sulle eventuali prospettive di inserimento in azienda; invece l’unica curiosità del candidato professional riguarda il pacchetto retributivo e spesso sono informazioni che non possono essere comunicate in questa prima fase di selezione. Soprattutto con i neolaureati cerco di fare orientamento per indirizzarli verso il percorso più idoneo; spesso mi rendo conto che sono privi delle conoscenze base per districarsi nel mondo del lavoro e do consigli su come redigere il curriculum o come sostenere un colloquio. A questo proposito mi viene in mente la Bocconi che organizza delle giornate di Mock Interview, nelle quali viene simulato un colloquio di lavoro. Chi partecipa a queste iniziative è avvantaggiato: ha un cv ben scritto, ha già fatto le interviste di selezione, è più preparato e ha più possibilità rispetto a un neolaureato che non ha fatto tutto questo>>.

Che consigli daresti ai giovani che vogliono fare questo mestiere?

<<Molto spesso chi vuole iniziare questa professione è affascinato all’idea di poter giudicare le persone e avere potere di scelta. Niente di più sbagliato. Alla base invece deve esserci una vera e propria vocazione. Dico spesso che abbiamo una missione: quella di educare sia le aziende sia i candidati. Ai candidati dobbiamo far capire, ad esempio, che le richieste non devono essere esorbitanti; proprio la scorsa settimana mi è capitato che un candidato valutasse un cambiamento lavorativo solo a fronte di un aumento del Ral del 20%; è un candidato che va educato perché in fase di primo contatto dovrebbe esternare altre motivazioni. Alle aziende bisogna far capire che in questa congiuntura economica non può essere offerto un determinato contratto o retribuzione…non puoi cercare un’alta professionalità offrendo un contratto a termine! Molti poi pensano che questa professione sia ben retribuita, in realtà l’area Risorse Umane non è ricca e si lavora solo se si ha una naturale propensione alla valutazione, alla relazione, se si è introspettivi, empatici, se si ha sensibilità. Se non sussistono tutti questi elementi è molto difficile proseguire perché si rischia di non essere credibili>>.

Per finire in bellezza…una rapida carrellata di questi 15 anni. Qual è il momento che ricordi con più piacere?

<<Ricordo sempre con piacere l’inizio. Come in tutte le start up c’era tanto entusiasmo, il nostro General Manager di allora ci diede l’opportunità di lavorare con la massima libertà, era un contesto molto easy ma anche molto responsabilizzante. Eri responsabile del tuo operato e avevi la massima fiducia dell’azienda. Capitava di lavorare ininterrottamente per dodici ore di fila senza accorgersene. C’era tanta euforia, nessuno voleva scappare dall’ufficio, perché sapevamo di essere i pionieri dell’e-recruiting!>>.

Giada B.

creazione-fisica-fisici-dio

E Dio creò la fisica in 7 giorni…Un breve racconto per spassarsela nell’universo!

 
In the beginning there was Aristotle,
And objects at rest tended to remain at rest,
And objects in motion tended to come to rest,
And soon everything was at rest,
And God saw that it was boring.
 
Then God created Newton,
And objects at rest tended to remain at rest,
But objects in motion tended to remain in motion,
And energy was conserved and momentum was conserved and matter
was conserved,
And God saw that it was conservative.
 
Then God created Einstein,
And everything was relative,
And fast things became short,
And straight things became curved,
And the universe was filled with inertial frames,
And God saw that it was relatively general, but some of it was
especially relative.
 
Then God created Bohr,
And there was the principle,
And the principle was quantum,
And all things were quantified,
But some things were still relative,
And God saw that it was confusing.
 
Then God was going to create Furgeson,
And Furgeson would have unified,
And he would have fielded a theory,
And all would have been one,
But it was the seventh day,
And God rested,
And objects at rest tend to remain at rest.
 
(Unified Field Theory by Tim Joseph)
 
coworking

Unconventional Coworking: un nuovo modo tutto social di lavorare!

COworking, COndividere, COnvivere, COnfrontarsi, COmmunity, COoperare, COllaborare. Siamo nell’era dei social e anche il linguaggio si alimenta di questo concetto di socialità e partecipazione.

UN NUOVO MODO TUTTO SOCIAL DI LAVORARE

Oggi ho scoperto che quel “CO” può portare anche a un modo diverso di lavorare. Il Coworking è un’idea non convenzionale di intendere il lavoro e si basa sul concetto di condivisione degli spazi. Ma non solo, perché condividere uno stesso ufficio con professionisti che fanno il tuo stesso mestiere, o che esercitano una professione completamente diversa dalla tua, non vuol dire solo ammortizzare e contenere le spese per una postazione, un pc o una stampante. Ma anche avere la possibilità di vivere in un ambiente più predisposto a veder fermentare idee, progetti, relazioni.

E’ quello che emerso oggi a Milano nel CowoCamp 2014, l’incontro annuale dei fondatori di spazi di coworking in Italia, dove i coworking-manager delle principali realtà italiane si sono raccontati in una sorta di storytelling.

COWORKING CAMP 2014

Di questa lunga staffetta di interventi, mi è rimasta impressa la presentazione di una entusiasta Ombretta Rossini, fondatrice della Fabbrica dei Mestieri di Brescia. Ombretta racconta che, dopo dodici anni come Consulente di organizzazione aziendale, ha deciso di dare una svolta, aprendo uno spazio di coworking. Qui ha incontrato finalmente persone “più pulite” e di valore, così diverse da quelle frequentate negli anni della consulenza.

Perché il successo di questo nuovo format sta proprio nella costruzione di community, di una rete di contatti che gravita attorno allo spazio di coworking e che inevitabilmente porta ad un incessante scambio di idee che genera lavoro. Ancora una volta il web, i social network, il passaparola diventano il veicolo più immediato per comunicare.

Poi c’è stata la presentazione di Piano C, innovativo esempio di coworking con un focus sulle donne, destinate in passato a scegliere tra un piano A, la carriera, e un piano B, la famiglia. Piano C permette alle donne di scegliere una terza via, offrendo non solo spazi lavorativi, ma anche servizi di cobaby, servizi salva-tempo e percorsi di orientamento e reinserimento lavorativo. E il successo ottenuto in poco tempo ci fa capire quanto margine di investimento ci possa essere in un Paese in cui scarseggiano ancora aziende che offrono ai propri dipendenti servizi extra per agevolare il connubio vita/lavoro.

Tra le altre ci sono anche realtà di coworking che valicano i confini nazionali come Talent Garden e ImpactHub, con un preciso posizionamento e target di riferimento. Il primo offre spazi di condivisione per il mondo digitale e creativo. Il secondo promuove  progetti di sostenibilità sociale ed ambientale e offre percorsi d’incubazione per far decollare idee imprenditoriali e accelerare l’impatto su scala locale e globale.

UNCONVENTIONAL COWORKING

Uno dei primi a credere nel coworking in Italia è stato Massimo Carraro, fondatore di Cowo, network italiano degli spazi di coworking e location di lavoro condiviso. Massimo è un po’ il padre putativo dei coworking italiani, ne ha visti nascere tanti e crede fortemente nel progetto. Vi invito a leggere questa lungo ma intenso racconto di Massimo sulla nascita della rete di COWOrking in Italia.

Recentemente Cowo ha creato un Osservatorio Permanente per studiare il fenomeno del coworking nel nostro Paese. La prima indagine svolta ha visto come attori protagonisti i fondatori dei coworking italiani, tutti intervistati per capire come sono arrivati all’apertura di queste location. Stasera, a conclusione degli interventi, sono stati divulgati i dati di questa indagine. Quello che è emerso da queste interviste è  la fiducia che le persone nutrono nel progetto: tutti i coworking-manager hanno dichiarato che questa è stata la migliore scommessa fatta, nessun pentito, e che ciò che li ha spinti è stata la totale incoscienza.

La beata incoscienza di non avere nulla da perdere ma tutto da guadagnare! Li accomuna il coraggio di proporre qualcosa di nuovo, di osare nonostante la possibilità di fallire.

FOCUS SULLE RELAZIONI

Detto questo, anche chi come me partecipa per la prima volta, intuisce subito che non è un percorso facile. Molti di loro hanno aspettato anni prima di aprire uno spazio, oppure attraversano periodi in cui i coworkers scarseggiano, ma nonostante ciò tutti continuano a credere fortemente nel valore del progetto. L’importante è andare oltre gli spazi, puntare alla rete, alla community, alle relazioni, perché solo così si generano idee, le idee creano i progetti, i progetti portano introiti.

Come dice giustamente Massimo, aprire uno spazio di coworking è un lavoro che richiede tempo. Bisogna prima documentarsi, capire, esplorare il territorio, selezionare il target di riferimento, individuare il valore aggiunto che si può apportare al network.

Non è un progetto del tipo pronti-partenza-via e un po’ di sano timore è comprensibile, perché l’Italia non è ancora un paese maturo per questo. Esistono molte paure, come quella che il coworker che ti siede a fianco e che fa il tuo stesso lavoro possa rubarti i clienti o le idee. Oppure si inciampa spesso nell’errore di iniziare a comunicare il proprio progetto di coworking solo una volta acquisito lo spazio di condivisione, senza capire l’importanza di generare prima la propria scia comunicativa.

Ho l’impressione che siamo solo all’inizio di questa avanguardia lavorativa e che ci siano tante cose da fare e tanti muri di scetticismo e diffidenza da abbattere. E’ stato bello comunque rendersi conto che esiste una rete di persone che ogni giorno scommette su un futuro alternativo. Si confrontano, si scambiano testimonianze, si supportano, sperimentano un nuovo modo di lavorare in cui al centro c’è la persona, la creatività, la passione.

Giada B.

sondaggio - lavoro

Sondaggio: Quali sono i motivi di attrazione/repulsione del lavoro dipendente?

Nel post precedente Dipendente o freelance? Questo è il problema! ho riproposto un articolo in cui sono analizzati i vantaggi di lavorare come dipendente di un’azienda e come freelance. Non credo che uno status sia migliore dell’altro, entrambi portano con sé vantaggi e limiti, ma penso piuttosto che ognuno di noi sia “tagliato” per lavorare in azienda o per creare qualcosa di nuovo.

E’ un tema caldo questo, di cui abbiamo già parlato nell’articolo Cambiare o restare fedeli alla propria azienda, relativo alla tendenza dei professionisti italiani a pensare a un cambiamento lavorativo. Qui però la riflessione restava entro i confini dell’azienda.

Ma se invece chiedessi a voi quali sono i motivi di attrazione/repulsione del lavoro dipendente, cosa rispondereste?

Rifletteteci e partecipate a questo mini-sondaggio!

 

Giada B.

Dipendente o freelance? Questo è il problema!

E’ un po’ come il grande quesito shakespeariano, essere o non essere? Lavorare come dipendente o essere un freelance? Voi cosa preferite? 🙂

Per schiarirvi le idee vi propongo il post del blogger il Rispostario dal titolo I vantaggi di essere un lavoratore freelance.

“Dopo aver visto quali sono i vantaggi di essere un lavoratore dipendente, oggi parleremo di quali sono i vantaggi di essere un lavoratore freelance. Quali sono gli aspetti che fanno propendere verso la scelta di essere freelance o che fanno scattare la molla di lasciare un lavoro sicuro a favore di un lavoro precario ma autonomo?

Niente capo

Un lavoratore freelance non ha un capo o un superiore che gli dica cosa deve fare e come comportarsi. Il freelance è responsabile del suo lavoro, nel bene e nel male, ma lo può gestire come meglio crede. Il cliente farà certamente le sue richieste, ma il modo in cui gestire il lavoro è in mano al lavoratore freelance.

Orari

Il lavoratore freelance non ha orari, non deve bollare l’ingresso alle 8 del mattino e l’uscita alle 17 del pomeriggio. Bellissimo! O no? Il freelance può certamente iniziare a lavorare quando meglio crede, fare le pause che vuole, ma i lavori devono essere portati a termine. Quindi non è così impensabile dover lavorare dopo cena o addirittura di notte per finire un lavoro. Di positivo c’è comunque che si può gestire il tempo in base alle proprie esigenze.

Luogo di lavoro

Non è necessario doversi alzare presto al mattino, lavarsi, vestirsi ed andare in ufficio. Il lavoratore freelance può lavorare ovunque, quindi da casa, in biblioteca, al parco, anche se, soprattutto per i lavori dedicati al web, è necessario avere una connessione internet per restare in contatto col mondo (e con i clienti). Per i lavoratori secondo cui la casa è fonte di troppe distrazioni, ultimamente sta prendendo piede la moda del co-working, in poche parole si va a lavorare in un ufficio preso in affitto con più persone per dividere le spese al minimo.

Scelta dei lavori e dei clienti

Beh, all’inizio si dovranno prendere magari un po’ i lavori che capitano o che diano la possibilità di crearsi un portfolio. Ma una volta che si è riusciti a farsi conoscere e ad avere un po’ di esperienza, nonché un minimo di reputazione nell’ambiente, un lavoratore freelance può permettersi anche di essere selettivo nella scelta dei lavori che gli si presentano, a seconda delle capacità, dei tempi e anche dei clienti con cui si vuole o non vuole lavorare.

Soddisfazione personale

Infine, last but not least, vuoi mettere la soddisfazione personale nell’aver creato qualcosa di veramente tuo? Non avendo l’appoggio di un’azienda consolidata alle spalle, il freelance deve svolgere anche tutte le attività correlate al lavoro vero e proprio, deve fare da presidente, amministratore delegato e da segretaria. Insomma il freelance deve fare tutto da sé, e quando riesce a tirar su da vivere solo con le sue forze, la soddisfazione personale è doppia.

 

Ora che abbiamo visto quali sono i vantaggi di essere un lavoratore freelance dopo aver visto i vantaggi di essere un lavoratore dipendente, cosa ne pensi? Sei un lavoratore freelance e vuoi aggiungere altri aspetti? O sei un lavoratore dipendente che vorrebbe lasciare il posto di lavoro per diventare freelance? Dì la tua!”

Se gli ostacoli della vita fossero solo delle illusioni ottiche? Basta cambiare prospettiva!

Giovane o Vecchia?

Giovane o Vecchia?

Pensate che cambiare prospettiva o punto di vista sia difficile? E’ solo un limite dettato dalla paura, perché la nostra mente, invece, è già avvezza a essere piacevolmente sorpresa da nuove interpretazioni della realtà.

La prima volta che ho subito l’inganno è stato durante il 5° anno di liceo mentre studiavo Dalì e le sue opere.

Mi sono trovata davanti questo quadro dal titolo inspiegabile…Il Mercato di schiavi con volto invisibile di Voltaire…ma cosa c’entrava il filosofo con questo ambiente surreale? Ho speso parecchi minuti per capire che il titolo non era casuale e che dietro la maestria dell’artista si nascondeva davvero il viso di Voltaire. Cosa ho imparato? A parte che Dalì era un immenso genio e un gran burlone, di andare oltre a quello che è più immediato, che si possono avere più letture di una stessa immagine, che la mente è fatta per superare se stessa.

E quanto mi è parso vero quello che dice Valeria Parrella nel libro Ma quale amore. Una coppia, la fine dell’amore, la disperazione di lei, lui che dopo mesi la cerca: “…lui un giorno mi ha spedito un sms, e io ho riconosciuto la forma del suo numero di telefono, che dopo l’intervento di Giovanni e Stefania non era più collegato ad alcun nome. Ne ho riconosciuto la forma come gli analfabeti riconoscono i cartelli autostradali Roma, Napoli, Parigi, Buenos Aires. Oppure come i bambini sanno su quale etichetta c’è scritto Zucchero invece che Sale, ancora prima di iniziare a leggere. Così ho visto quel numero, e c’era scritto Zucchero e Sale”. Quante volte la mente riconosce la forma di quello che non c’è!

A Milano, ad esempio, nella Chiesa di Santa Maria in San Satiro si può ammirare un grande esempio di illusione prospettica. La Chiesa si trova vicino a piazza Duomo e, quando fu costruita, la sua ubicazione così centrale portò non pochi problemi all’architetto Bramante, il quale però, per ovviare alla scarsità di spazi e a un abside che risultava eccessivamente piccolo, progettò un escamotage superbo. Il pittore/architetto progettò infatti uno stucco del presbiterio sopra il quale dipinse con grande talento una finta architettura, in cui simulava una volta a botte con copertura a cassettoni, affinché sembrasse un prolungamento del soffitto della navata. E aggiunse inoltre una serie di finte colonne, nicchie e gradini in stucco debitamente decorati.

Chiesa di Santa Maria in San Satiro

Chiesa di Santa Maria in San Satiro

Solo arrivando al fondo della chiesa si scopre l’astuto inganno che confonde così sapientemente i sensi!

Siete ancora scettici? Seocndo uon stiduo di uan univretisà inlegse l’oridne dlele letetre all’intreno di uan praola nno è improtatne, ciò ceh improta è al pirma e l’utlima letetra. Il retso nno improta motlo in qulae oridne si trvoa, lo leeggrai comnuque sezna prbloema.

Sembra bizzarro, ma è ciò che sa fare il nostro cervello! Mettete alla prova il vostro!

Le linee rosse sono parallele o no?

Cosa vedi: una spirale o dei cerchi?

Ed infine la migliore illusione ottica!

  1. Concentrati sui 4 puntini all’interno dell’immagine per 40 secondi
  2.  Immediatamente dopo sposta il tuo sguardo lentamente verso un muro vicino (deve essere liscio e possibilmente monocromatico)
  3. Vedrai così formarsi lentamente una chiazza chiara (continua ad osservare attentamente)
  4. Sbatti le ciglia e vedrai formarsi un’immagine all’interno della macchia
  5. Cosa vedi, o piuttosto, chi vedi?

 

Prendiamo spunto dalla nostra mente e iniziamo a vivere pensando che gli ostacoli della vita (e sul lavoro) sono solo illusioni che possono essere aggirate…basta solo crederci e cambiare prospettiva!

Giada B.

finestra-sul-mondo

Quando è il momento di andare via e aprire una nuova finestra sul mondo

Quando ti passano per caso sotto gli occhi articoli come questo, è difficile far finta di niente e chiudere gli occhi. Il titolo di questo articolo è When It’s Time To Walk Away, l’autore è Brian de Haaff, attuale CEO di Aha!,  giovane azienda che cerca di creare nuove strategie di posizionamento di prodotto. Brian ha lavorato per molte società che producevano software cloud-based e ha deciso a metà del suo percorso di imprimere un cambiamento alla sua vita lavorativa fondando Aha!.

Quando è il momento di andare via? Di fare i bagagli e di iniziare un nuovo cammino?

L’ambizione, la ricerca di successo e potere, la gratificazione e il riconoscimento ci fanno andare ostinatamente avanti e soprassedere i problemi e i limiti che si presentano nel lavoro. Ma a volte è più saggio voltare le spalle e andare via. Certo, è doloroso ammettere la sconfitta, ma quando ci si ritrova in un ambiente “no win”, questa è spesso l’unica decisione sensata che può salvarti da un vortice che ti risucchia. A volte i problemi di un’azienda sono strutturali, il prodotto o servizio non decollano, è pura follia avere a che fare con il proprio responsabile. Spesso è più saggio andare via ed incanalare le proprie energie in qualcosa che è più soddisfacente e che potrà creare valore per più persone.

Quando nella propria carriera si presenta un problema è giusto lottare per cercare di arginarlo, risolverlo, mutarlo in qualcosa di buono. E’ giusto lottare. Per un po’. Poi, quando ti rendi conto che le cose e le persone non cambiano, è meglio andare avanti. E, ogni volta che si gira pagina, la vita ne beneficia e si genera più felicità per sé e per gli altri. Questo significa mettersi alla ricerca di un nuova opportunità ed andare avanti. Se si vive per lungo tempo in un ambiente disfunzionale, continuando a fare lo stesso lavoro, si rischia di peggiorare la propria vita e quella delle persone che ti circondano in ufficio e a casa.

Il problema è che, quando si decide ostinatamente di perseverare e di non ascoltare i segnali che arrivano dal nostro corpo e del nostro cuore, ci si ritrova in uno stato di sopravvivenza e la vita può trasformarsi in un tran tran infernale. La qualità del nostro lavoro si riduce e si bada solo a raggiungere i risultati. E’ vero, per alcuni potrebbe essere più facile degli altri operare una scelta, a seconda del livello di carriera e dello stato finanziario. Ma in realtà non importa la situazione: tutti abbiamo il potere di iniziare un percorso diverso, che nella maggior parte dei casi porterà a un nuovo lavoro che migliorerà la propria vita.

Cosa crea un ambiente di lavoro felice e la gioia di lavorare? Secondo Brian la soddisfazione sul lavoro si basa su quattro aree di allineamento. Quanto più il lavoro è allineato con ognuna di queste aree, più felici si è. Ed è proprio qui che bisogna cercare i segnali per capire se sia giunto il momento di andare via. Se si è lottato per oltre un anno per cercare di migliorare l’allineamento in una di queste aree, potrebbe essere arrivato il momento di muoversi in una nuova direzione.

Allineamento con l’ambizione
Stai lavorando per una società e in un ruolo che è sempre più vicino al tuo obiettivo? Questa è una domanda fondamentale da porsi e purtroppo la maggior parte delle persone non lo fanno mai. Perché senza una meta è impossibile sapere se si sta andando nella giusta direzione. Se non hai mai avuto il tempo di capire dove vuoi essere in tre, cinque e dieci anni, ora è il momento di iniziare.

Allineamento con le competenze
I lavori più divertenti sono quelli in cui sfruttiamo pienamente le nostre competenze e ci impegniamo a coltivarne delle ​​nuove. Sei pienamente padrone delle tue capacità o sei sulla buona strada per esserlo? Se la risposta è sì,  probabilmente si è abbastanza soddisfatti del lavoro che si fa. Se la risposta è no, la fiducia in te stesso potrebbe essere intaccata e non ti stai esprimendo al meglio delle tue possibilità. Un buon capo e della formazione ad hoc potrebbero risolvere il problema ed aiutarti a trovare la tua bussola.

Allineamento con le aspettative di ricompensa
Ci sono due tipi di ricompense ed entrambe sono importanti. Le ricompense intrinseche sono basate sulla realizzazione personale che si ottiene da un lavoro ben fatto. Ricompense esterne comprendono lo stipendio e tutti gli altri benefit. Le  aspettative di ricompensa devono essere corrisposte al meglio per essere soddisfatti. Se c’è un gap per troppo tempo, cresce il malessere verso il lavoro che si fa e non si è in grado di pagare l’affitto o il mutuo.

Allineamento con il capo
Si sente più spesso dire che le persone in realtà non lasciano il loro posto di lavoro, ma il loro capo. Come già detto, ci sono molte ragioni per lasciare un lavoro che non hanno nulla a che fare con il  proprio capo. Tuttavia,  un capo insopportabile è in cima alla lista dei motivi che spingono le persone ad aggiornare il proprio curriculum. Sei sicuro che il tuo capo ha i migliori propositi per te?

Se si registra un disallineamento in una qualsiasi di queste aree, bisogna innanzitutto ammetterlo a se stessi. Magari una semplice chiacchierata con il proprio capo o con un consulente di fiducia dell’azienda può aiutare. Bisogna però sempre affrontare il problema e fare il possibile per cercare una soluzione. Lo devi in primis a te e all’azienda. Ma, se si è giunti alla fase in cui si è a proprio agio guardandosi allo specchio e dicendo ad alta voce che si è tentato il tutto per tutto, allora potrebbe essere necessario passare al piano B. Se davvero non c’è un’altra via di uscita e il tuo malessere aumenta, è meglio andare via e aprire una nuova finestra sul mondo.

 Giada B.

Roamler: guadagnare con una app giocando a fare i mystery shopper

Ci sarà un motivo per cui i paesi dell’Europa del Nord si distinguono per intraprendenza, business di successo e idee originali. L’ultima esempio di creatività nordeuropea è Roamler, una app gratuita, ideata in Olanda e da qualche anno sbarcata nel nostro paese grazie a Doxa, una delle più importanti aziende di ricerche di mercato italiane che, dopo averla testata a Milano con ottimi riscontri, ha deciso di lanciarla in tutta Italia. Roamler sfrutta la moderna tecnologia per rispondere prontamente alle esigenze di quelle aziende che necessitano di informazioni sull’impatto che i loro prodotti o servizi hanno sul mercato. L’azienda vuole sapere come è recepito un prodotto, com’è esposto nel negozio, quali competitor ci sono in una determinata zona della città? Ci pensa Roamler a lanciare una nuova missione fra i propri utenti-consumatori per ottenere in brevissimo tempo tutte queste informazioni. Chiunque abbia uno smartphone può scaricare la app e trasformarsi in una sorta di Agente della CIA, chiamato di volta in volta a portare a termine delle missioni. E così gli smartphone, e i loro proprietari, diventano un vero e proprio esercito dai cento occhi. Roamler garantisce ai propri clienti (le aziende) indagini capillari e risposte istantanee con foto e commenti, agli utenti di Roamler un piccolo guadagno su alcune missioni e un instant game coinvolgente.

 

Per capire meglio il suo funzionamento ho scaricato la app e mi sono trasformata in una Roamler!Per prima cosa mi sono registrata inserendo informazioni personali, soprattutto relative alla mia residenza per permettere a Roamler di geolocalizzare le mie future indagini. Ho poi accettato i termini e le condizioni contrattuali, in quanto le missioni rientrano a tutti gli effetti sotto la voce di prestazioni occasionali, e, dopo aver ricevuto il codice di attivazione, ho creato il mio account che mi ha permesso di entrare nella pagina principale. Qui sono riassunti i traguardi personali relativi al livello, punteggio, medaglie, transazioni e classifica. Per far scattare i contatori bisogna accettare le missioni che sono man mano proposte e che si possono dividere in missioni at-home e missioni on-the-street: le prime possono essere svolte comodamente da casa, rispondendo a una serie di domande documentate quasi sempre da foto, mentre le seconde sono più impegnative, poiché richiedono un’indagine sul campo. Ogni missione ha un peso diverso espresso i punti, più punti accumuli, più cresci di livello, più hai la possibilità di guadagnare. Al momento ho maturato 300 punti e conquistato 4 medaglie. Nella prossima missione mi è stato chiesto di documentare l’esposizione delle banane nel reparto ortofrutticolo del supermercato di fiducia…introito dell’operazione 2 euro! Chiaramente non tutti gli esiti delle missioni sono approvati dallo staff, che richiede comunque serietà ed impegno, visto che, al di là dell’aspetto ludico, si tratta di vere e proprie indagini di mercato.

Trovo geniale l’idea di trasformare il lavoro di Mystery Shopper in un gioco: mettere in competizione le persone, accumulare dei punti, vincere delle medaglie, sono tutti escamotage per accendere gli animi, far riemergere il bambino che c’è in noi e spronarci a continuare. La app va a toccare il tallone di Achille di noi uomini… vincere la sfida! Ma essere un Roamler può farti anche mettere da parte quel che basta per comprarti una nuova bici, un nuovo passeggino o finanziarti un viaggio come raccontano alcuni utenti della community olandese in questo video, l’accredito avviene attraverso il circuito PayPal appena si raggiunge la soglia di 21 euro!

Un buon esempio di come la tecnologia possa essere sfruttata per far nascere nuove opportunità!

Giada B.