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Unconventional Coworking: un nuovo modo tutto social di lavorare!

COworking, COndividere, COnvivere, COnfrontarsi, COmmunity, COoperare, COllaborare. Siamo nell’era dei social e anche il linguaggio si alimenta di questo concetto di socialità e partecipazione.

UN NUOVO MODO TUTTO SOCIAL DI LAVORARE

Oggi ho scoperto che quel “CO” può portare anche a un modo diverso di lavorare. Il Coworking è un’idea non convenzionale di intendere il lavoro e si basa sul concetto di condivisione degli spazi. Ma non solo, perché condividere uno stesso ufficio con professionisti che fanno il tuo stesso mestiere, o che esercitano una professione completamente diversa dalla tua, non vuol dire solo ammortizzare e contenere le spese per una postazione, un pc o una stampante. Ma anche avere la possibilità di vivere in un ambiente più predisposto a veder fermentare idee, progetti, relazioni.

E’ quello che emerso oggi a Milano nel CowoCamp 2014, l’incontro annuale dei fondatori di spazi di coworking in Italia, dove i coworking-manager delle principali realtà italiane si sono raccontati in una sorta di storytelling.

COWORKING CAMP 2014

Di questa lunga staffetta di interventi, mi è rimasta impressa la presentazione di una entusiasta Ombretta Rossini, fondatrice della Fabbrica dei Mestieri di Brescia. Ombretta racconta che, dopo dodici anni come Consulente di organizzazione aziendale, ha deciso di dare una svolta, aprendo uno spazio di coworking. Qui ha incontrato finalmente persone “più pulite” e di valore, così diverse da quelle frequentate negli anni della consulenza.

Perché il successo di questo nuovo format sta proprio nella costruzione di community, di una rete di contatti che gravita attorno allo spazio di coworking e che inevitabilmente porta ad un incessante scambio di idee che genera lavoro. Ancora una volta il web, i social network, il passaparola diventano il veicolo più immediato per comunicare.

Poi c’è stata la presentazione di Piano C, innovativo esempio di coworking con un focus sulle donne, destinate in passato a scegliere tra un piano A, la carriera, e un piano B, la famiglia. Piano C permette alle donne di scegliere una terza via, offrendo non solo spazi lavorativi, ma anche servizi di cobaby, servizi salva-tempo e percorsi di orientamento e reinserimento lavorativo. E il successo ottenuto in poco tempo ci fa capire quanto margine di investimento ci possa essere in un Paese in cui scarseggiano ancora aziende che offrono ai propri dipendenti servizi extra per agevolare il connubio vita/lavoro.

Tra le altre ci sono anche realtà di coworking che valicano i confini nazionali come Talent Garden e ImpactHub, con un preciso posizionamento e target di riferimento. Il primo offre spazi di condivisione per il mondo digitale e creativo. Il secondo promuove  progetti di sostenibilità sociale ed ambientale e offre percorsi d’incubazione per far decollare idee imprenditoriali e accelerare l’impatto su scala locale e globale.

UNCONVENTIONAL COWORKING

Uno dei primi a credere nel coworking in Italia è stato Massimo Carraro, fondatore di Cowo, network italiano degli spazi di coworking e location di lavoro condiviso. Massimo è un po’ il padre putativo dei coworking italiani, ne ha visti nascere tanti e crede fortemente nel progetto. Vi invito a leggere questa lungo ma intenso racconto di Massimo sulla nascita della rete di COWOrking in Italia.

Recentemente Cowo ha creato un Osservatorio Permanente per studiare il fenomeno del coworking nel nostro Paese. La prima indagine svolta ha visto come attori protagonisti i fondatori dei coworking italiani, tutti intervistati per capire come sono arrivati all’apertura di queste location. Stasera, a conclusione degli interventi, sono stati divulgati i dati di questa indagine. Quello che è emerso da queste interviste è  la fiducia che le persone nutrono nel progetto: tutti i coworking-manager hanno dichiarato che questa è stata la migliore scommessa fatta, nessun pentito, e che ciò che li ha spinti è stata la totale incoscienza.

La beata incoscienza di non avere nulla da perdere ma tutto da guadagnare! Li accomuna il coraggio di proporre qualcosa di nuovo, di osare nonostante la possibilità di fallire.

FOCUS SULLE RELAZIONI

Detto questo, anche chi come me partecipa per la prima volta, intuisce subito che non è un percorso facile. Molti di loro hanno aspettato anni prima di aprire uno spazio, oppure attraversano periodi in cui i coworkers scarseggiano, ma nonostante ciò tutti continuano a credere fortemente nel valore del progetto. L’importante è andare oltre gli spazi, puntare alla rete, alla community, alle relazioni, perché solo così si generano idee, le idee creano i progetti, i progetti portano introiti.

Come dice giustamente Massimo, aprire uno spazio di coworking è un lavoro che richiede tempo. Bisogna prima documentarsi, capire, esplorare il territorio, selezionare il target di riferimento, individuare il valore aggiunto che si può apportare al network.

Non è un progetto del tipo pronti-partenza-via e un po’ di sano timore è comprensibile, perché l’Italia non è ancora un paese maturo per questo. Esistono molte paure, come quella che il coworker che ti siede a fianco e che fa il tuo stesso lavoro possa rubarti i clienti o le idee. Oppure si inciampa spesso nell’errore di iniziare a comunicare il proprio progetto di coworking solo una volta acquisito lo spazio di condivisione, senza capire l’importanza di generare prima la propria scia comunicativa.

Ho l’impressione che siamo solo all’inizio di questa avanguardia lavorativa e che ci siano tante cose da fare e tanti muri di scetticismo e diffidenza da abbattere. E’ stato bello comunque rendersi conto che esiste una rete di persone che ogni giorno scommette su un futuro alternativo. Si confrontano, si scambiano testimonianze, si supportano, sperimentano un nuovo modo di lavorare in cui al centro c’è la persona, la creatività, la passione.

Giada B.

sondaggio - lavoro

Sondaggio: Quali sono i motivi di attrazione/repulsione del lavoro dipendente?

Nel post precedente Dipendente o freelance? Questo è il problema! ho riproposto un articolo in cui sono analizzati i vantaggi di lavorare come dipendente di un’azienda e come freelance. Non credo che uno status sia migliore dell’altro, entrambi portano con sé vantaggi e limiti, ma penso piuttosto che ognuno di noi sia “tagliato” per lavorare in azienda o per creare qualcosa di nuovo.

E’ un tema caldo questo, di cui abbiamo già parlato nell’articolo Cambiare o restare fedeli alla propria azienda, relativo alla tendenza dei professionisti italiani a pensare a un cambiamento lavorativo. Qui però la riflessione restava entro i confini dell’azienda.

Ma se invece chiedessi a voi quali sono i motivi di attrazione/repulsione del lavoro dipendente, cosa rispondereste?

Rifletteteci e partecipate a questo mini-sondaggio!

 

Giada B.

Dipendente o freelance? Questo è il problema!

E’ un po’ come il grande quesito shakespeariano, essere o non essere? Lavorare come dipendente o essere un freelance? Voi cosa preferite? 🙂

Per schiarirvi le idee vi propongo il post del blogger il Rispostario dal titolo I vantaggi di essere un lavoratore freelance.

“Dopo aver visto quali sono i vantaggi di essere un lavoratore dipendente, oggi parleremo di quali sono i vantaggi di essere un lavoratore freelance. Quali sono gli aspetti che fanno propendere verso la scelta di essere freelance o che fanno scattare la molla di lasciare un lavoro sicuro a favore di un lavoro precario ma autonomo?

Niente capo

Un lavoratore freelance non ha un capo o un superiore che gli dica cosa deve fare e come comportarsi. Il freelance è responsabile del suo lavoro, nel bene e nel male, ma lo può gestire come meglio crede. Il cliente farà certamente le sue richieste, ma il modo in cui gestire il lavoro è in mano al lavoratore freelance.

Orari

Il lavoratore freelance non ha orari, non deve bollare l’ingresso alle 8 del mattino e l’uscita alle 17 del pomeriggio. Bellissimo! O no? Il freelance può certamente iniziare a lavorare quando meglio crede, fare le pause che vuole, ma i lavori devono essere portati a termine. Quindi non è così impensabile dover lavorare dopo cena o addirittura di notte per finire un lavoro. Di positivo c’è comunque che si può gestire il tempo in base alle proprie esigenze.

Luogo di lavoro

Non è necessario doversi alzare presto al mattino, lavarsi, vestirsi ed andare in ufficio. Il lavoratore freelance può lavorare ovunque, quindi da casa, in biblioteca, al parco, anche se, soprattutto per i lavori dedicati al web, è necessario avere una connessione internet per restare in contatto col mondo (e con i clienti). Per i lavoratori secondo cui la casa è fonte di troppe distrazioni, ultimamente sta prendendo piede la moda del co-working, in poche parole si va a lavorare in un ufficio preso in affitto con più persone per dividere le spese al minimo.

Scelta dei lavori e dei clienti

Beh, all’inizio si dovranno prendere magari un po’ i lavori che capitano o che diano la possibilità di crearsi un portfolio. Ma una volta che si è riusciti a farsi conoscere e ad avere un po’ di esperienza, nonché un minimo di reputazione nell’ambiente, un lavoratore freelance può permettersi anche di essere selettivo nella scelta dei lavori che gli si presentano, a seconda delle capacità, dei tempi e anche dei clienti con cui si vuole o non vuole lavorare.

Soddisfazione personale

Infine, last but not least, vuoi mettere la soddisfazione personale nell’aver creato qualcosa di veramente tuo? Non avendo l’appoggio di un’azienda consolidata alle spalle, il freelance deve svolgere anche tutte le attività correlate al lavoro vero e proprio, deve fare da presidente, amministratore delegato e da segretaria. Insomma il freelance deve fare tutto da sé, e quando riesce a tirar su da vivere solo con le sue forze, la soddisfazione personale è doppia.

 

Ora che abbiamo visto quali sono i vantaggi di essere un lavoratore freelance dopo aver visto i vantaggi di essere un lavoratore dipendente, cosa ne pensi? Sei un lavoratore freelance e vuoi aggiungere altri aspetti? O sei un lavoratore dipendente che vorrebbe lasciare il posto di lavoro per diventare freelance? Dì la tua!”

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Quando è il momento di andare via e aprire una nuova finestra sul mondo

Quando ti passano per caso sotto gli occhi articoli come questo, è difficile far finta di niente e chiudere gli occhi. Il titolo di questo articolo è When It’s Time To Walk Away, l’autore è Brian de Haaff, attuale CEO di Aha!,  giovane azienda che cerca di creare nuove strategie di posizionamento di prodotto. Brian ha lavorato per molte società che producevano software cloud-based e ha deciso a metà del suo percorso di imprimere un cambiamento alla sua vita lavorativa fondando Aha!.

Quando è il momento di andare via? Di fare i bagagli e di iniziare un nuovo cammino?

L’ambizione, la ricerca di successo e potere, la gratificazione e il riconoscimento ci fanno andare ostinatamente avanti e soprassedere i problemi e i limiti che si presentano nel lavoro. Ma a volte è più saggio voltare le spalle e andare via. Certo, è doloroso ammettere la sconfitta, ma quando ci si ritrova in un ambiente “no win”, questa è spesso l’unica decisione sensata che può salvarti da un vortice che ti risucchia. A volte i problemi di un’azienda sono strutturali, il prodotto o servizio non decollano, è pura follia avere a che fare con il proprio responsabile. Spesso è più saggio andare via ed incanalare le proprie energie in qualcosa che è più soddisfacente e che potrà creare valore per più persone.

Quando nella propria carriera si presenta un problema è giusto lottare per cercare di arginarlo, risolverlo, mutarlo in qualcosa di buono. E’ giusto lottare. Per un po’. Poi, quando ti rendi conto che le cose e le persone non cambiano, è meglio andare avanti. E, ogni volta che si gira pagina, la vita ne beneficia e si genera più felicità per sé e per gli altri. Questo significa mettersi alla ricerca di un nuova opportunità ed andare avanti. Se si vive per lungo tempo in un ambiente disfunzionale, continuando a fare lo stesso lavoro, si rischia di peggiorare la propria vita e quella delle persone che ti circondano in ufficio e a casa.

Il problema è che, quando si decide ostinatamente di perseverare e di non ascoltare i segnali che arrivano dal nostro corpo e del nostro cuore, ci si ritrova in uno stato di sopravvivenza e la vita può trasformarsi in un tran tran infernale. La qualità del nostro lavoro si riduce e si bada solo a raggiungere i risultati. E’ vero, per alcuni potrebbe essere più facile degli altri operare una scelta, a seconda del livello di carriera e dello stato finanziario. Ma in realtà non importa la situazione: tutti abbiamo il potere di iniziare un percorso diverso, che nella maggior parte dei casi porterà a un nuovo lavoro che migliorerà la propria vita.

Cosa crea un ambiente di lavoro felice e la gioia di lavorare? Secondo Brian la soddisfazione sul lavoro si basa su quattro aree di allineamento. Quanto più il lavoro è allineato con ognuna di queste aree, più felici si è. Ed è proprio qui che bisogna cercare i segnali per capire se sia giunto il momento di andare via. Se si è lottato per oltre un anno per cercare di migliorare l’allineamento in una di queste aree, potrebbe essere arrivato il momento di muoversi in una nuova direzione.

Allineamento con l’ambizione
Stai lavorando per una società e in un ruolo che è sempre più vicino al tuo obiettivo? Questa è una domanda fondamentale da porsi e purtroppo la maggior parte delle persone non lo fanno mai. Perché senza una meta è impossibile sapere se si sta andando nella giusta direzione. Se non hai mai avuto il tempo di capire dove vuoi essere in tre, cinque e dieci anni, ora è il momento di iniziare.

Allineamento con le competenze
I lavori più divertenti sono quelli in cui sfruttiamo pienamente le nostre competenze e ci impegniamo a coltivarne delle ​​nuove. Sei pienamente padrone delle tue capacità o sei sulla buona strada per esserlo? Se la risposta è sì,  probabilmente si è abbastanza soddisfatti del lavoro che si fa. Se la risposta è no, la fiducia in te stesso potrebbe essere intaccata e non ti stai esprimendo al meglio delle tue possibilità. Un buon capo e della formazione ad hoc potrebbero risolvere il problema ed aiutarti a trovare la tua bussola.

Allineamento con le aspettative di ricompensa
Ci sono due tipi di ricompense ed entrambe sono importanti. Le ricompense intrinseche sono basate sulla realizzazione personale che si ottiene da un lavoro ben fatto. Ricompense esterne comprendono lo stipendio e tutti gli altri benefit. Le  aspettative di ricompensa devono essere corrisposte al meglio per essere soddisfatti. Se c’è un gap per troppo tempo, cresce il malessere verso il lavoro che si fa e non si è in grado di pagare l’affitto o il mutuo.

Allineamento con il capo
Si sente più spesso dire che le persone in realtà non lasciano il loro posto di lavoro, ma il loro capo. Come già detto, ci sono molte ragioni per lasciare un lavoro che non hanno nulla a che fare con il  proprio capo. Tuttavia,  un capo insopportabile è in cima alla lista dei motivi che spingono le persone ad aggiornare il proprio curriculum. Sei sicuro che il tuo capo ha i migliori propositi per te?

Se si registra un disallineamento in una qualsiasi di queste aree, bisogna innanzitutto ammetterlo a se stessi. Magari una semplice chiacchierata con il proprio capo o con un consulente di fiducia dell’azienda può aiutare. Bisogna però sempre affrontare il problema e fare il possibile per cercare una soluzione. Lo devi in primis a te e all’azienda. Ma, se si è giunti alla fase in cui si è a proprio agio guardandosi allo specchio e dicendo ad alta voce che si è tentato il tutto per tutto, allora potrebbe essere necessario passare al piano B. Se davvero non c’è un’altra via di uscita e il tuo malessere aumenta, è meglio andare via e aprire una nuova finestra sul mondo.

 Giada B.

Roamler: guadagnare con una app giocando a fare i mystery shopper

Ci sarà un motivo per cui i paesi dell’Europa del Nord si distinguono per intraprendenza, business di successo e idee originali. L’ultima esempio di creatività nordeuropea è Roamler, una app gratuita, ideata in Olanda e da qualche anno sbarcata nel nostro paese grazie a Doxa, una delle più importanti aziende di ricerche di mercato italiane che, dopo averla testata a Milano con ottimi riscontri, ha deciso di lanciarla in tutta Italia. Roamler sfrutta la moderna tecnologia per rispondere prontamente alle esigenze di quelle aziende che necessitano di informazioni sull’impatto che i loro prodotti o servizi hanno sul mercato. L’azienda vuole sapere come è recepito un prodotto, com’è esposto nel negozio, quali competitor ci sono in una determinata zona della città? Ci pensa Roamler a lanciare una nuova missione fra i propri utenti-consumatori per ottenere in brevissimo tempo tutte queste informazioni. Chiunque abbia uno smartphone può scaricare la app e trasformarsi in una sorta di Agente della CIA, chiamato di volta in volta a portare a termine delle missioni. E così gli smartphone, e i loro proprietari, diventano un vero e proprio esercito dai cento occhi. Roamler garantisce ai propri clienti (le aziende) indagini capillari e risposte istantanee con foto e commenti, agli utenti di Roamler un piccolo guadagno su alcune missioni e un instant game coinvolgente.

 

Per capire meglio il suo funzionamento ho scaricato la app e mi sono trasformata in una Roamler!Per prima cosa mi sono registrata inserendo informazioni personali, soprattutto relative alla mia residenza per permettere a Roamler di geolocalizzare le mie future indagini. Ho poi accettato i termini e le condizioni contrattuali, in quanto le missioni rientrano a tutti gli effetti sotto la voce di prestazioni occasionali, e, dopo aver ricevuto il codice di attivazione, ho creato il mio account che mi ha permesso di entrare nella pagina principale. Qui sono riassunti i traguardi personali relativi al livello, punteggio, medaglie, transazioni e classifica. Per far scattare i contatori bisogna accettare le missioni che sono man mano proposte e che si possono dividere in missioni at-home e missioni on-the-street: le prime possono essere svolte comodamente da casa, rispondendo a una serie di domande documentate quasi sempre da foto, mentre le seconde sono più impegnative, poiché richiedono un’indagine sul campo. Ogni missione ha un peso diverso espresso i punti, più punti accumuli, più cresci di livello, più hai la possibilità di guadagnare. Al momento ho maturato 300 punti e conquistato 4 medaglie. Nella prossima missione mi è stato chiesto di documentare l’esposizione delle banane nel reparto ortofrutticolo del supermercato di fiducia…introito dell’operazione 2 euro! Chiaramente non tutti gli esiti delle missioni sono approvati dallo staff, che richiede comunque serietà ed impegno, visto che, al di là dell’aspetto ludico, si tratta di vere e proprie indagini di mercato.

Trovo geniale l’idea di trasformare il lavoro di Mystery Shopper in un gioco: mettere in competizione le persone, accumulare dei punti, vincere delle medaglie, sono tutti escamotage per accendere gli animi, far riemergere il bambino che c’è in noi e spronarci a continuare. La app va a toccare il tallone di Achille di noi uomini… vincere la sfida! Ma essere un Roamler può farti anche mettere da parte quel che basta per comprarti una nuova bici, un nuovo passeggino o finanziarti un viaggio come raccontano alcuni utenti della community olandese in questo video, l’accredito avviene attraverso il circuito PayPal appena si raggiunge la soglia di 21 euro!

Un buon esempio di come la tecnologia possa essere sfruttata per far nascere nuove opportunità!

Giada B.

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HiveScout: scacco matto al Recruiter? Il nuovo mestiere che fa parlare

La principale obiezione che viene mossa a chi si occupa di selezione del personale è che, avendo a che fare con una molteplicità di funzioni e profili che spaziano dal manageriale al tecnico, dal dirigenziale ai neo, dai generalisti ai professional, non abbia le competenze necessarie per reclutare i candidati più adatti. Come fa una persona a essere onnisciente e gestire con la stessa disinvoltura la selezione per un project manager dell’impiantistica e un business controller del retail?

Per superare questo impasse è nato recentemente il nuovo mestiere del HiveScout. L’idea è geniale se si pensa a tutti i benefici generati da questa nuova professione. Innanzitutto l’HiveScout è un professionista, una persona che  già lavora e che decide di affiancare alla sua attività principale un secondo lavoro. L’HiveScout mette a disposizione la sua professionalità e la sua conoscenza tecnica per selezionare profili affini al proprio, dietro un mandato specifico. Diciamo che è un tecnico di quel ruolo, che, a chiamata, si trasforma in consulente ad hoc. Rispetto a un generico Recruiter può quindi non solo avvalersi delle nozioni e del sapere pratico di quella specifica mansione, ma anche godere del suo network professionale di nicchia quale canale preferenziale per accelerare il processo di reclutamento. L’HiveScout ha la comodità di gestire questa sua seconda attività da casa nei ritagli di tempo, attraverso un account skype che gli permette di incontrare virtualmente i potenziali candidati da presentare all’azienda. Dietro questa rivoluzione del modo di fare recruiting ci sono chiaramente delle persone che hanno lavorato a lungo nel campo della selezione e che hanno avuto la giusta intuizione, tanto da fondare tre anni fa Hivejobs (recentemente acquisita da Randstad), un’azienda di successo selezionata da SMAU 2013 fra le 5 start up dell’Emilia Romagna per l’innovazione tecnologica.

Le premesse sono ottime, ma può un profilo tecnico avere la giusta attitudine per selezionare le risorse? Ha la capacità di andare oltre le nozioni, il sapere specialistico, le hard skills e navigare nel mondo delle capacità relazionali e comunicative, delle aspirazioni e delle aspettative? Quanto pesa il sapere fare, le conoscenze, le competenze e quanto il saper essere, le inclinazioni, le potenzialità?

La mia esperienza mi insegna che spesso le aziende, contrariamente a quanto si possa pensare, danno più importanza all’essere che al fare. Conta di più l’adesione al sistema valoriale che il tecnicismo. Chiaramente questo vale meno per i profili altamente specializzati e tecnici, ma in generale posso dire che il Management punta molto ad assicurare un’organizzazione coesa, collaborativa, portatrice di una precisa filosofia aziendale, partendo dal presupposto che quello che non sai fare si impara, quello che sei, invece, è una dote innata. Come scrisse Spencer, “è possibile insegnare ad un tacchino ad arrampicarsi su un albero, ma è meglio  assumere uno scoiattolo”. Pensateci bene, quasi mai i licenziamenti sono dovuti al fatto che il dipendente non sappia fare il suo lavoro. Quasi sempre l’azienda decide si segare un suo collaboratore per problemi legati alla leadership, alla gestione di risorse, ai rapporti con i colleghi, al problem solving. Inoltre in un momento di crisi come quello attuale, la scelta delle persone da assumere è ancora più critica e va ben ponderata.

E allora è meglio un recruiter-tecnico o un tecnico-recruiter? Forse la risposta sta nella giusta via di mezzo: il Recruiter, forte della sua capacità di esplorare le soft skills, non deve mai smettere di studiare, aggiornarsi, capire a fondo i contenuti di un ruolo complesso. Non si pretende che sia un generalista, ma che all’occasione abbia ben chiaro il profilo da cercare, per poter formulare in sede di colloquio quelle domande chiave per andare più a fondo rispetto al contenuto del curriculum. L’HiveScout, forte della sua capacità di esplorare le hard skills, deve sviluppare la giusta sensibilità per andare oltre il contenuto del curriculum ed entrare in contatto con le capacità cognitive e relazionali del candidato.

Giada B.

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Stanare il Gatto e la Volpe: 10 consigli per evitare truffe nella ricerca di lavoro

In un momento come questo, in cui il lavoro scarseggia e le speranze di trovare un’occupazione sono assai alte, è facile imbattersi in un “Gatto e la Volpe” dei giorni nostri, specialmente se si è alle prime armi. Ne è dimostrazione il mio amico M. che, avendo terminato la sua collaborazione nel museo ebraico della sua città natia, ha deciso di cambiare vita e tentare la fortuna a Milano. E così anche lui ha iniziato a centrifugare candidature nella speranza di ricevere qualche risposta. La prima volta che ho sentito M. nella sua nuova vita è stato qualche settimana fa, quando mi ha chiamata per dirmi che aveva risposto a un annuncio e che era stato contattato. Fin qui nulla di strano. Il problema è che l’annuncio era poco chiaro, non si capiva quale fosse il ruolo, nei requisiti poteva rientrare sia un ingegnere nucleare sia un neolaureato e soprattutto aveva ricevuto l’invito a colloquio dieci minuti dopo aver inviato la candidatura. E’ bastata una rapida ricerca online per confermare il sospetto che si trattasse di una truffa.

Ma non è sempre così semplice avere la giusta intuizione, perché il più delle volte non si tratta di vere e proprie truffe ma di raggiri: l’azienda esiste, l’organizzazione c’è, ma vi propongono altro rispetto alle premesse iniziali. Qualche giorno fa non a caso M. mi ha raccontato della sua disavventura con un’azienda che lo aveva contattato un mese dopo aver ricevuto la sua candidatura. Qui l’annuncio non esplicitava il nome del datore di lavoro finale, ma parlava di una vaga azienda in start up che cercava degli addetti vendita per un negozio. Nel primo colloquio durato una ventina minuti, il selezionatore aveva approfondito l’esperienze pregresse di M., ma non aveva dato alcuna informazione sulla posizione, né sui dettagli contrattuali; gli aveva semplicemente chiesto di testare il lavoro in un paio di ore in affiancamento il giorno dopo. Sono bastati quindi dieci minuti di prova sul campo per capire che da addetti alle vendite si passava a promoter e da promoter a venditori porta a porta di contratti per la fornitura di energia.

Per chi si approccia per la prima volta al mondo del lavoro la buona notizia è che dopo un po’ ci si fa le ossa e si diventa più scaltri. Nell’attesa di affinare le proprie armi di difesa, tenete presente questi semplici consigli:

1) Diffidate degli annunci poco chiari, in cui non è ben delineato il ruolo che andreste a ricoprire, dove non ci sono requisiti che restringono ad imbuto i candidati idonei, ma sono condizioni che vanno bene per tutti, e soprattutto non credete a coloro che vi promettono guadagni cospicui, facili e in poco tempo.

2) Non è una regola sempre valida, ma, se un annuncio è pubblicato su siti a pagamento, è improbabile che si tratti di una truffa. Diciamo che l’azienda che è disposta a pagare una job board per pubblicare un annuncio ha innanzitutto del budget da spendere e la necessità di avere una maggiore visibilità per intercettare i candidati migliori in minor tempo. Potrebbe però trattarsi di un’azienda comunque poco affidabile, che promuove un business sospetto.

3) Verificate se l’azienda che ha pubblicato l’annuncio che vi interessa ha pubblicato anche altre inserzioni per ruoli diversi. Questo dovrebbe essere sinonimo di garanzia.

4) Guardate online il sito aziendale, è difficile ad oggi che una realtà commerciale non abbia una propria finestra sul web.

5) Cercate su Linkedin, nella categoria Persone e Aziende, informazioni sulla società e sulle persone che ci lavorano. Se i risultati sono pari a 0 potrebbe trattarsi di una realtà fantasma.

6) Inserite su Google il nome dell’azienda e spulciate le prime due pagine, per verificare se tra i risultati della ricerca c’è qualche news riferita all’azienda.

 7) Se nutrite qualche dubbio, date un’occhiata a questi siti in cui sono segnalate le aziende truffa da parte degli stessi utenti malcapitati: SOS Truffe Lavoro e Lavoro Truffa.

8) Avete già superato questa fase e  concordato un colloquio conoscitivo? Fate attenzione al luogo in cui sostenete il colloquio, guardatevi attorno e, se avete il sentore che ci sia qualcosa di strano, poco professionale, nascosto, pensateci due volte ad accettare l’offerta.

9) Diffidate dei colloqui che durano meno di 20 minuti: per capire se la persona è in linea con il profilo cercato non basta nemmeno un’ora! Diciamo che il minimo sindacabile per iniziare ad intuire chi si ha davanti sono 40 minuti.

10) Se il selezionatore non cerca di capire quello che sai fare e quali sono le tue competenze, ma si spende solo per venderti la posizione e convincerti ad accettare, allora probabilmente si tratta di una truffa.

In bocca al lupo!

Giada B.

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Cambiare o restare fedeli alla propria azienda? I professionisti italiani dicono la loro

Recentemente Linkedin, il più conosciuto social professionale, ha condotto il sondaggio Talent Trends Italia 2014, per fornire ai recruiters, selezionatori del personale e professionisti HR informazioni utili sulle tendenze, aspirazioni e comportamenti della forza lavoro. Il sondaggio ha coinvolto più di 700 lavoratori pienamente occupati in Italia, per capire quali sono le leve che spingono i professionisti a cercare un nuovo impiego, quali le principali soddisfazione sul luogo di lavoro e le valutazioni che inducono ad accettare nuove opportunità di carriera.

Innanzitutto il report dimostra che solo il 27% dei professionisti intervistati è attivamente alla ricerca di un nuovo lavoro (candidati attivi), mentre il 73% non sta compiendo azioni finalizzate a un cambiamento (candidati passivi), anche se il 43% si dichiara disponibile a parlare con un recruiter di una nuova opportunità.

Contrariamente alla percezione comune che vuole la maggior parte dei professionisti scontenti del proprio lavoro, il sondaggio ci dice che il livello di soddisfazione professionale è certo migliorabile, ma alto.

Quali sono i fattori che si valutano quando si cambia lavoro? Per i candidati attivi trovare un lavoro gratificante che sia in linea con le proprie capacità sembra essere la motivazione principale; mentre i candidati passivi valutano una nuova opportunità solo se questa offre un miglior connubio tra vita personale e lavoro. Il miglioramento del pacchetto retributivo resta per entrambi i candidati una delle più importanti spinte al cambiamento.

Di contro, i fattori che incidono meno nella scelta di un nuovo posto di lavoro sono l’ubicazione dell’ufficio e la ricerca di un rapporto più sereno e collaborativo con il proprio superiore (percentuale che diventa però più alta tra i candidati donne, a dimostrazione del fatto che, purtroppo, ancora spesso invidie, gelosie e ripicche caratterizzano l’universo femminile sul luogo di lavoro).

E tra le tante offerte cosa spinge a propendere per una realtà aziendale piuttosto che un’altra? La cosiddetta brand reputation, ossia la reputazione dell’azienda, la percezione che il mondo esterno ha di quel brand e della sua organizzazione. Più è alta, più si ha la sicurezza di inserirsi in un contesto lavorativo apprezzato.

Per chi lavora nelle Risorse Umane questi dati rappresentano un ottimo spunto di riflessione. Vediamone alcuni:

1. Innanzitutto, per attrarre i migliori talenti, è importante investire sulla brand reputation e non smettere mai di essere attrattivi nei confronti del mercato. Rispettare e valorizzare le risorse umane non è solo la missione dei professionisti HR, ma è anche il modo più veloce per far sì che l’azienda sia riconosciuta come miglior luogo di lavoro attraverso il passaparola.

2. Migliorare la percentuale di retention del personale per abbassare il turnover aziendale attraverso un piano di total rewards che tenga conto non solo degli aspetti remunerativi ma dei diversi fattori che possono coinvolgere e motivare i dipendenti a restare in azienda, come, ad esempio, piani formativi, percorsi di carriera, benefits, convenzioni, iniziative di work & life balance.

3. Vivere l’azienda e costruire un dialogo costante con i dipendenti per capire quali sono i problemi e i fattori che possono indurli a cambiare luogo di lavoro.

4. Nella ricerca di nuovi talenti, “lavorare” non solo sui candidati attivi, ma esplorare anche il mondo dei candidati passivi attraverso i nuovi strumenti messi a disposizione dal web: social networks, banche dati, newsletter.

Giada B.

youtuber

Nuova professione…Youtuber!

Se l’avvento di Facebook, Twitter e Instagram ha contribuito alla nascita della figura del Social Media Specialist, il successo di Youtube, il canale di condivisione video più cliccato al mondo, ha introdotto una nuova professione, quella dello Youtuber. Lo Youtuber altro non è che colui che posta e condivide i video su Youtube, aspettando che questi diventino virali. Non pensate che lo Youtuber sia un passatempo, per molti infatti è diventata una vera e propria professione fonte di guadagno.

Ma com’è possibile guadagnare da un video? Semplice, grazie alla sua popolarità! Più un video è visualizzato, più un canale e il suo autore, lo Youtuber, diventa conosciuto, più aumentano le occasioni che riceva richieste di sponsorizzazione, pubblicità e partnership.

Per avere un parametro di riferimento, considerate che 1.000 visualizzazioni valgono un euro e che quindi gli youtubers italiani più cliccati della rete possono guadagnare in media dai 200 fino ai 3.000 euro al mese…un vero e proprio stipendio!

Ma come tutte le professioni anche quella di Youtuber richiede capacità ed impegno. Non tutti infatti sono capaci di creare dei video di qualità con lo scopo di informare, far riflettere o semplicemente divertire. Ci vuole poi del tempo per scrivere copioni, registrarsi, montare, pubblicare e condividere. E non è facile nella giungla della rete distinguersi e farsi notare nella community. I mezzi però non mancano e i social network anche in questo caso sono degli alleati per spargere la voce e far sì che i video diventino virali.

Non a caso, navigando nella community, salta agli occhi che gli youtubers italiani sono per la maggior parte ragazzi della generazione 2.0 che hanno grande dimestichezza con il web e utilizzano la rete come principale canale di comunicazione e condivisione.

Guardate questo video di un youtuber italiano che, al di là del monito in difesa della sua categoria professionale, ci svela molti particolari di questo nuovo lavoro.

Giada B.

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I lavori più strani che portano tanti quattrini

Sapevo di chiromanti, rabdomanti ed esperte di fondi di caffè, ma che esistessero persone pagate, e anche bene, per leggere il futuro a partire dall’impronta di rossetto lasciata su calici e tazze da tè nei party cool delle signore dell’alta borghesia non l’avevo mai sentito. Secondo l’infografica pubblicata da jobstitles.net sui 25 lavori più strani e ben pagati nel mondo, queste professioniste prenderebbero dai 25 ai 50 dollari l’ora. Al che mi chiedo perché a quindici anni non abbia investito abbastanza nella mia passione adolescenziale per arcani maggiori e linee della vita! E pensare che ero anche brava, a tal punto che, dopo un paio di gaffes su temi delicati durante la lettura dei tarocchi con quei poveri cristi di amici e conoscenti che si erano immolati per soddisfare le mie aspirazioni di chiaroveggente, ho deciso di smettere e ripiegare in attività meno “fatali”.

Tornando all’infografica, prendetevi qualche minuto per leggere questo curioso elenco di lavori che per la loro atipicità rappresenta il modo migliore per sbaragliare la concorrenza e far soldi velocemente.

La maggior parte dei 25 mestieri elencati nell’infografica sono sì lavori insoliti, ma esistenti e strapagati. Dal cuoco nei sommergibili al palombaro di perle, dall’imbalsamatore ai donatori di sperma ed ovuli, dal pescatore di granchi all’addetto alla pulizia nella scena del crimine, tutti lavori a tempo pieno, spesso rischiosi, che richiedono sangue freddo, ma sicuramente ben pagati. Se invece non si eccelle in coraggio e audacia, si può optare per lavoretti secondari meno avventati, che ci permettono comunque di arrotondare il nostro budget mensile, come la comparsa in TV, il mystery shopper, la bar-girl che prepara shots di tequila e rum. E se il cacciatore di taglie vive solo nei nostri immaginari di cinefili di cult americani, spero che in Italia non arrivi mai il Body Advertiser, una sorta di pubblicità vivente, in cui ogni centimetro di pelle è venduta al miglior offerente…ma vi immaginate di fidanzarvi con uno che ha stampato sulla fronte il logo di un’agenzia funebre?!

Giada B.