Tanti sono gli articoli, approfondimenti ed interviste che parlano del mondo del lavoro. Quasi tutti però affrontano l’argomento dal punto di vista dei candidati e dell’azienda. Mi piacerebbe invece cambiare prospettiva e affrontare il tema scegliendo come interlocutore privilegiato il Recruiter, alias il Selezionatore del Personale, colui che centrifuga curricula e colloqui come se mangiasse Nutella. Ho scelto di esplorare il mondo della consulenza HR, un osservatorio privilegiato di chi ha a che fare con aziende di qualsiasi settore merceologico e con profili di tutte le funzioni aziendali.
Ho dunque il piacere di intervistare una delle voci più autorevoli del mondo della consulenza HR. Fabrizio Piacentini, classe ’68, è una delle colonne portanti della più nota società di recruiting on line in Italia.
Ciao Fabrizio, grazie di aver accettato il mio invito. Iniziamo!
Quando e come hai iniziato la tua carriera di consulente HR?
<<Beh, diciamo che è iniziato tutto un po’ per caso. Mi sono laureato in Giurisprudenza con l’idea di intraprendere la carriera forense, ma poi mi sono accorto che gli studi legali mi stavano un po’ stretti e ho deciso di mirare a qualcosa di più grande: l’impresa. Mi rendevo conto però che la mia preparazione accademica non sarebbe bastata e mi sono iscritto a un corso post laurea sulle tematiche riguardanti le Risorse Umane e l’Impresa, organizzato dall’Università Cattolica, dove ho appreso le metodologie e gli strumenti del reclutamento e della selezione. Successivamente sono stato chiamato da Jobpilot, una società in start up che si occupava di recruiting on line. Considera che stiamo parlando della fine degli anni ’90, erano gli anni del boom di internet e Jobpilot era uno dei primi portali dedicati al recruiting. E’ stata l’occasione per un entrare in una realtà che si occupava di Risorse Umane ma in un contesto che era molto più avanti in termine di visione, perché l’e-recruiting stava nascendo proprio in quegli anni. Inizialmente Jobpilot era solo una jobboard e cercava persone che, grazie ad un approccio consulenziale, si occupassero di redigere, modificare, “categorizzare” gli annunci/job profile delle aziende clienti, che sapessero in quale area funzionale andava collocata una data posizione e quali fossero i settori merceologici di riferimento. Questo business funzionava e dopo un anno è stata creata una divisione che si occupava di selezione. Qui ho iniziato la mia carriera di Consulente HR, gestendo dapprima i servizi di supporto alla selezione (screening, intervista telefonica ecc.) fino ad arrivare ad oggi nella mia attuale azienda dove ho la completa visione di tutto il processo di reclutamento e di selezione>>.
Quali sono le principali difficoltà nel ricoprire il ruolo di selezionatore nel mondo di ieri e in quello di oggi?
<<Agli inizi il mondo dell’e-recruiting veniva visto con molta diffidenza, soprattutto perché, fino agli anni ’90, internet era percepito come uno strumento misterioso, sembrava assurdo che qualcuno potesse inviare il cv via web! Solo gli HR Manager con una visione strategica di lungo termine avevano intuito che il connubio online e consulenza poteva funzionare. Utilizzare uno strumento nuovo in un canale tradizionale come quello delle Risorse Umane è stata la chiave di volta. Le tradizionali società di selezione utilizzavano ancora la classica posta e il cartaceo, ma non fornivano strumenti a supporto della selezione. Molte aziende ci hanno scelto perché potevamo unire la rapidità della risposta con gli strumenti classici della selezione. Inizialmente non eravamo completamente credibili, si pensava che potessimo gestire solo alcune selezioni e solo per alcune aziende. Successivamente abbiamo conquistato la fiducia dei clienti con l’impegno e con i tanti casi di successo. Oggi invece la principale difficoltà è gestire un cliente che si aspetta molto di più rispetto al passato. In questo momento faccio molta più ricerca perché le aziende sono più esigenti, non mi limito a vedere i curricula che arrivano in risposta all’annuncio, ma sfrutto tutto il web. E’ vero che gestiamo un numero più elevato di candidati, ma siamo supportati dalle moderne tecnologie e software che ci permettono velocemente di individuare ed isolare i profili ideali>>.
Qual è stato secondo te il periodo d’oro per la consulenza HR?
<<Direi che dal 2005 in poi, fra alti e bassi, la consulenza HR vive un buon momento. In questi ultimi anni però gioca molto la capacità che hai di intessere relazioni. Mi accorgo infatti che l’azienda che compra il servizio sceglie te e non tanto il brand di riferimento. Lavoriamo con il new business ma molto spesso gestisco clienti storici che tornano a riacquistare perché hanno fiducia in me e nel mio lavoro>>.
Quali sono i cambiamenti che riscontri oggi nel mercato del lavoro, nei candidati, nelle aziende?
<<In questo momento il mercato è molto più oculato, le aziende non hanno tantissimi soldi da spendere e prima di scegliere un fornitore ci pensano molto bene. In passato c’erano budget più consistenti e se andava male la selezione non era un grosso problema. Sono cambiati i numeri, ci sono meno ricerche e molte più candidature. Oggi i candidati hanno capito che internet è uno strumento democratico>>.
Social network, linkedin, skype; i consulenti HR sono al passo con i tempi?
<<Non tutte le società di selezione sono al passo con i tempi. Molte utilizzano solo esclusivamente i canali tradizionali. Oggi tuttavia il cliente ha bisogno di più velocità e di più materiale e i social o skype possono darti una mano. Sono degli strumenti in più che possono integrare quella che è già una tua valutazione. Ad esempio quando intervisto telefonicamente o incontro a colloquio un candidato e ho dei dubbi sulla sua affidabilità utilizzo Facebook per carpire più informazioni. Ormai anche i profili pubblici dei social sono degli strumenti di valutazione. Certo non dobbiamo basarci esclusivamente su questi, ma possono essere strumenti di supporto>>.
La tua decennale esperienza come consulente della più importante azienda di recruiting online in Italia cosa ti ha dato?
<<Lavoro in una divisione generalista; chiaramente ciascun consulente ha una propria predisposizione in termini di profili, ma non siamo suddivisi in aree. Questo mi ha permesso di gestire ricerche sempre diverse. Posso dire di aver acquisito una conoscenza pressoché completa dei profili richiesti dal mercato del lavoro>>.
Cosa ti gratifica di più di questo mestiere?
<<La cosa che mi soddisfa di più è valutare il candidato e ricevere dal cliente la medesima opinione. Molto spesso quelli che individuo come punti di forza o aspetti caratteriali del candidato sono gli stessi individuati anche dal cliente. Non è scontato essere perfettamente allineati con i desiderata del cliente. Essere in sintonia appaga i miei sforzi>>.
In un recente post abbiamo parlato del nuovo mestiere di Hivescout, ossia di un professionista che si improvvisa Recruiter all’occorrenza, cercando i candidati che fanno il suo stesso mestiere. Cosa ne pensi?
<<Bah, sai, sono un po’ scettico verso chi si improvvisa Recruiter…e poi devo difendere la mia categoria! Scherzi a parte non credo che un Hivescout possa avere la giusta sensibilità sulle soft skills, sugli aspetti caratteriali, motivazionali e verso la persona in generale. Oggi trascorriamo gran parte della nostra giornata in azienda, non possiamo correre il rischio di assumere qualcuno preparato dal punto di vista tecnico ma che si rivela poi intrattabile e ingestibile. E poi, per sondare le competenze tecniche, c’è sempre il secondo colloquio con la linea aziendale. No, non la vedo come una professione emergente, al massimo potrebbe essere impiegato solo per selezionare profili molto tecnici in ambito IT>>.
Nel corso della tua carriera hai incontrato e parlato con centinaia di candidati tra colloqui individuali ed eventi HR. Quali sono state le domande più frequenti che ti sono state poste? Quali i consigli più importanti che hai dispensato?
<<Partiamo dal presupposto che i candidati molto spesso non sanno che domande fare. Al termine del colloquio non hanno il coraggio di chiedere o, peggio, non sono preparati. In linea di massima comunque i neolaureati mi fanno domande sugli sbocchi professionali, sulle possibilità di job rotation e sulle eventuali prospettive di inserimento in azienda; invece l’unica curiosità del candidato professional riguarda il pacchetto retributivo e spesso sono informazioni che non possono essere comunicate in questa prima fase di selezione. Soprattutto con i neolaureati cerco di fare orientamento per indirizzarli verso il percorso più idoneo; spesso mi rendo conto che sono privi delle conoscenze base per districarsi nel mondo del lavoro e do consigli su come redigere il curriculum o come sostenere un colloquio. A questo proposito mi viene in mente la Bocconi che organizza delle giornate di Mock Interview, nelle quali viene simulato un colloquio di lavoro. Chi partecipa a queste iniziative è avvantaggiato: ha un cv ben scritto, ha già fatto le interviste di selezione, è più preparato e ha più possibilità rispetto a un neolaureato che non ha fatto tutto questo>>.
Che consigli daresti ai giovani che vogliono fare questo mestiere?
<<Molto spesso chi vuole iniziare questa professione è affascinato all’idea di poter giudicare le persone e avere potere di scelta. Niente di più sbagliato. Alla base invece deve esserci una vera e propria vocazione. Dico spesso che abbiamo una missione: quella di educare sia le aziende sia i candidati. Ai candidati dobbiamo far capire, ad esempio, che le richieste non devono essere esorbitanti; proprio la scorsa settimana mi è capitato che un candidato valutasse un cambiamento lavorativo solo a fronte di un aumento del Ral del 20%; è un candidato che va educato perché in fase di primo contatto dovrebbe esternare altre motivazioni. Alle aziende bisogna far capire che in questa congiuntura economica non può essere offerto un determinato contratto o retribuzione…non puoi cercare un’alta professionalità offrendo un contratto a termine! Molti poi pensano che questa professione sia ben retribuita, in realtà l’area Risorse Umane non è ricca e si lavora solo se si ha una naturale propensione alla valutazione, alla relazione, se si è introspettivi, empatici, se si ha sensibilità. Se non sussistono tutti questi elementi è molto difficile proseguire perché si rischia di non essere credibili>>.
Per finire in bellezza…una rapida carrellata di questi 15 anni. Qual è il momento che ricordi con più piacere?
<<Ricordo sempre con piacere l’inizio. Come in tutte le start up c’era tanto entusiasmo, il nostro General Manager di allora ci diede l’opportunità di lavorare con la massima libertà, era un contesto molto easy ma anche molto responsabilizzante. Eri responsabile del tuo operato e avevi la massima fiducia dell’azienda. Capitava di lavorare ininterrottamente per dodici ore di fila senza accorgersene. C’era tanta euforia, nessuno voleva scappare dall’ufficio, perché sapevamo di essere i pionieri dell’e-recruiting!>>.
Giada B.
COworking, COndividere, COnvivere, COnfrontarsi, COmmunity, COoperare, COllaborare. Siamo nell’era dei social e anche il linguaggio si alimenta di questo concetto di socialità e partecipazione.
Oggi ho scoperto che quel “CO” può portare anche a un modo diverso di lavorare. Il Coworking è un’idea non convenzionale di intendere il lavoro e si basa sul concetto di condivisione degli spazi. Ma non solo, perché condividere uno stesso ufficio con professionisti che fanno il tuo stesso mestiere, o che esercitano una professione completamente diversa dalla tua, non vuol dire solo ammortizzare e contenere le spese per una postazione, un pc o una stampante. Ma anche avere la possibilità di vivere in un ambiente più predisposto a veder fermentare idee, progetti, relazioni.
E’ quello che emerso oggi a Milano nel CowoCamp 2014, l’incontro annuale dei fondatori di spazi di coworking in Italia, dove i coworking-manager delle principali realtà italiane si sono raccontati in una sorta di storytelling.
Di questa lunga staffetta di interventi, mi è rimasta impressa la presentazione di una entusiasta Ombretta Rossini, fondatrice della Fabbrica dei Mestieri di Brescia. Ombretta racconta che, dopo dodici anni come Consulente di organizzazione aziendale, ha deciso di dare una svolta, aprendo uno spazio di coworking. Qui ha incontrato finalmente persone “più pulite” e di valore, così diverse da quelle frequentate negli anni della consulenza.
Perché il successo di questo nuovo format sta proprio nella costruzione di community, di una rete di contatti che gravita attorno allo spazio di coworking e che inevitabilmente porta ad un incessante scambio di idee che genera lavoro. Ancora una volta il web, i social network, il passaparola diventano il veicolo più immediato per comunicare.
Poi c’è stata la presentazione di Piano C, innovativo esempio di coworking con un focus sulle donne, destinate in passato a scegliere tra un piano A, la carriera, e un piano B, la famiglia. Piano C permette alle donne di scegliere una terza via, offrendo non solo spazi lavorativi, ma anche servizi di cobaby, servizi salva-tempo e percorsi di orientamento e reinserimento lavorativo. E il successo ottenuto in poco tempo ci fa capire quanto margine di investimento ci possa essere in un Paese in cui scarseggiano ancora aziende che offrono ai propri dipendenti servizi extra per agevolare il connubio vita/lavoro.
Tra le altre ci sono anche realtà di coworking che valicano i confini nazionali come Talent Garden e ImpactHub, con un preciso posizionamento e target di riferimento. Il primo offre spazi di condivisione per il mondo digitale e creativo. Il secondo promuove progetti di sostenibilità sociale ed ambientale e offre percorsi d’incubazione per far decollare idee imprenditoriali e accelerare l’impatto su scala locale e globale.



Uno dei primi a credere nel coworking in Italia è stato Massimo Carraro, fondatore di Cowo, network italiano degli spazi di coworking e location di lavoro condiviso. Massimo è un po’ il padre putativo dei coworking italiani, ne ha visti nascere tanti e crede fortemente nel progetto. Vi invito a leggere questa lungo ma intenso racconto di Massimo sulla nascita della rete di COWOrking in Italia.
Recentemente Cowo ha creato un Osservatorio Permanente per studiare il fenomeno del coworking nel nostro Paese. La prima indagine svolta ha visto come attori protagonisti i fondatori dei coworking italiani, tutti intervistati per capire come sono arrivati all’apertura di queste location. Stasera, a conclusione degli interventi, sono stati divulgati i dati di questa indagine. Quello che è emerso da queste interviste è la fiducia che le persone nutrono nel progetto: tutti i coworking-manager hanno dichiarato che questa è stata la migliore scommessa fatta, nessun pentito, e che ciò che li ha spinti è stata la totale incoscienza.
La beata incoscienza di non avere nulla da perdere ma tutto da guadagnare! Li accomuna il coraggio di proporre qualcosa di nuovo, di osare nonostante la possibilità di fallire.
Detto questo, anche chi come me partecipa per la prima volta, intuisce subito che non è un percorso facile. Molti di loro hanno aspettato anni prima di aprire uno spazio, oppure attraversano periodi in cui i coworkers scarseggiano, ma nonostante ciò tutti continuano a credere fortemente nel valore del progetto. L’importante è andare oltre gli spazi, puntare alla rete, alla community, alle relazioni, perché solo così si generano idee, le idee creano i progetti, i progetti portano introiti.
Come dice giustamente Massimo, aprire uno spazio di coworking è un lavoro che richiede tempo. Bisogna prima documentarsi, capire, esplorare il territorio, selezionare il target di riferimento, individuare il valore aggiunto che si può apportare al network.
Non è un progetto del tipo pronti-partenza-via e un po’ di sano timore è comprensibile, perché l’Italia non è ancora un paese maturo per questo. Esistono molte paure, come quella che il coworker che ti siede a fianco e che fa il tuo stesso lavoro possa rubarti i clienti o le idee. Oppure si inciampa spesso nell’errore di iniziare a comunicare il proprio progetto di coworking solo una volta acquisito lo spazio di condivisione, senza capire l’importanza di generare prima la propria scia comunicativa.
Ho l’impressione che siamo solo all’inizio di questa avanguardia lavorativa e che ci siano tante cose da fare e tanti muri di scetticismo e diffidenza da abbattere. E’ stato bello comunque rendersi conto che esiste una rete di persone che ogni giorno scommette su un futuro alternativo. Si confrontano, si scambiano testimonianze, si supportano, sperimentano un nuovo modo di lavorare in cui al centro c’è la persona, la creatività, la passione.
Giada B.
Nel post precedente Dipendente o freelance? Questo è il problema! ho riproposto un articolo in cui sono analizzati i vantaggi di lavorare come dipendente di un’azienda e come freelance. Non credo che uno status sia migliore dell’altro, entrambi portano con sé vantaggi e limiti, ma penso piuttosto che ognuno di noi sia “tagliato” per lavorare in azienda o per creare qualcosa di nuovo.
E’ un tema caldo questo, di cui abbiamo già parlato nell’articolo Cambiare o restare fedeli alla propria azienda, relativo alla tendenza dei professionisti italiani a pensare a un cambiamento lavorativo. Qui però la riflessione restava entro i confini dell’azienda.
Ma se invece chiedessi a voi quali sono i motivi di attrazione/repulsione del lavoro dipendente, cosa rispondereste?
Rifletteteci e partecipate a questo mini-sondaggio!
Giada B.
E’ un po’ come il grande quesito shakespeariano, essere o non essere? Lavorare come dipendente o essere un freelance? Voi cosa preferite? 🙂
Per schiarirvi le idee vi propongo il post del blogger il Rispostario dal titolo I vantaggi di essere un lavoratore freelance.
“Dopo aver visto quali sono i vantaggi di essere un lavoratore dipendente, oggi parleremo di quali sono i vantaggi di essere un lavoratore freelance. Quali sono gli aspetti che fanno propendere verso la scelta di essere freelance o che fanno scattare la molla di lasciare un lavoro sicuro a favore di un lavoro precario ma autonomo?
Un lavoratore freelance non ha un capo o un superiore che gli dica cosa deve fare e come comportarsi. Il freelance è responsabile del suo lavoro, nel bene e nel male, ma lo può gestire come meglio crede. Il cliente farà certamente le sue richieste, ma il modo in cui gestire il lavoro è in mano al lavoratore freelance.
Il lavoratore freelance non ha orari, non deve bollare l’ingresso alle 8 del mattino e l’uscita alle 17 del pomeriggio. Bellissimo! O no? Il freelance può certamente iniziare a lavorare quando meglio crede, fare le pause che vuole, ma i lavori devono essere portati a termine. Quindi non è così impensabile dover lavorare dopo cena o addirittura di notte per finire un lavoro. Di positivo c’è comunque che si può gestire il tempo in base alle proprie esigenze.
Non è necessario doversi alzare presto al mattino, lavarsi, vestirsi ed andare in ufficio. Il lavoratore freelance può lavorare ovunque, quindi da casa, in biblioteca, al parco, anche se, soprattutto per i lavori dedicati al web, è necessario avere una connessione internet per restare in contatto col mondo (e con i clienti). Per i lavoratori secondo cui la casa è fonte di troppe distrazioni, ultimamente sta prendendo piede la moda del co-working, in poche parole si va a lavorare in un ufficio preso in affitto con più persone per dividere le spese al minimo.
Beh, all’inizio si dovranno prendere magari un po’ i lavori che capitano o che diano la possibilità di crearsi un portfolio. Ma una volta che si è riusciti a farsi conoscere e ad avere un po’ di esperienza, nonché un minimo di reputazione nell’ambiente, un lavoratore freelance può permettersi anche di essere selettivo nella scelta dei lavori che gli si presentano, a seconda delle capacità, dei tempi e anche dei clienti con cui si vuole o non vuole lavorare.
Infine, last but not least, vuoi mettere la soddisfazione personale nell’aver creato qualcosa di veramente tuo? Non avendo l’appoggio di un’azienda consolidata alle spalle, il freelance deve svolgere anche tutte le attività correlate al lavoro vero e proprio, deve fare da presidente, amministratore delegato e da segretaria. Insomma il freelance deve fare tutto da sé, e quando riesce a tirar su da vivere solo con le sue forze, la soddisfazione personale è doppia.
Ora che abbiamo visto quali sono i vantaggi di essere un lavoratore freelance dopo aver visto i vantaggi di essere un lavoratore dipendente, cosa ne pensi? Sei un lavoratore freelance e vuoi aggiungere altri aspetti? O sei un lavoratore dipendente che vorrebbe lasciare il posto di lavoro per diventare freelance? Dì la tua!”
Quando ti passano per caso sotto gli occhi articoli come questo, è difficile far finta di niente e chiudere gli occhi. Il titolo di questo articolo è When It’s Time To Walk Away, l’autore è Brian de Haaff, attuale CEO di Aha!, giovane azienda che cerca di creare nuove strategie di posizionamento di prodotto. Brian ha lavorato per molte società che producevano software cloud-based e ha deciso a metà del suo percorso di imprimere un cambiamento alla sua vita lavorativa fondando Aha!.
Quando è il momento di andare via? Di fare i bagagli e di iniziare un nuovo cammino?
L’ambizione, la ricerca di successo e potere, la gratificazione e il riconoscimento ci fanno andare ostinatamente avanti e soprassedere i problemi e i limiti che si presentano nel lavoro. Ma a volte è più saggio voltare le spalle e andare via. Certo, è doloroso ammettere la sconfitta, ma quando ci si ritrova in un ambiente “no win”, questa è spesso l’unica decisione sensata che può salvarti da un vortice che ti risucchia. A volte i problemi di un’azienda sono strutturali, il prodotto o servizio non decollano, è pura follia avere a che fare con il proprio responsabile. Spesso è più saggio andare via ed incanalare le proprie energie in qualcosa che è più soddisfacente e che potrà creare valore per più persone.
Quando nella propria carriera si presenta un problema è giusto lottare per cercare di arginarlo, risolverlo, mutarlo in qualcosa di buono. E’ giusto lottare. Per un po’. Poi, quando ti rendi conto che le cose e le persone non cambiano, è meglio andare avanti. E, ogni volta che si gira pagina, la vita ne beneficia e si genera più felicità per sé e per gli altri. Questo significa mettersi alla ricerca di un nuova opportunità ed andare avanti. Se si vive per lungo tempo in un ambiente disfunzionale, continuando a fare lo stesso lavoro, si rischia di peggiorare la propria vita e quella delle persone che ti circondano in ufficio e a casa.
Il problema è che, quando si decide ostinatamente di perseverare e di non ascoltare i segnali che arrivano dal nostro corpo e del nostro cuore, ci si ritrova in uno stato di sopravvivenza e la vita può trasformarsi in un tran tran infernale. La qualità del nostro lavoro si riduce e si bada solo a raggiungere i risultati. E’ vero, per alcuni potrebbe essere più facile degli altri operare una scelta, a seconda del livello di carriera e dello stato finanziario. Ma in realtà non importa la situazione: tutti abbiamo il potere di iniziare un percorso diverso, che nella maggior parte dei casi porterà a un nuovo lavoro che migliorerà la propria vita.
Cosa crea un ambiente di lavoro felice e la gioia di lavorare? Secondo Brian la soddisfazione sul lavoro si basa su quattro aree di allineamento. Quanto più il lavoro è allineato con ognuna di queste aree, più felici si è. Ed è proprio qui che bisogna cercare i segnali per capire se sia giunto il momento di andare via. Se si è lottato per oltre un anno per cercare di migliorare l’allineamento in una di queste aree, potrebbe essere arrivato il momento di muoversi in una nuova direzione.
Allineamento con l’ambizione
Stai lavorando per una società e in un ruolo che è sempre più vicino al tuo obiettivo? Questa è una domanda fondamentale da porsi e purtroppo la maggior parte delle persone non lo fanno mai. Perché senza una meta è impossibile sapere se si sta andando nella giusta direzione. Se non hai mai avuto il tempo di capire dove vuoi essere in tre, cinque e dieci anni, ora è il momento di iniziare.
Allineamento con le competenze
I lavori più divertenti sono quelli in cui sfruttiamo pienamente le nostre competenze e ci impegniamo a coltivarne delle nuove. Sei pienamente padrone delle tue capacità o sei sulla buona strada per esserlo? Se la risposta è sì, probabilmente si è abbastanza soddisfatti del lavoro che si fa. Se la risposta è no, la fiducia in te stesso potrebbe essere intaccata e non ti stai esprimendo al meglio delle tue possibilità. Un buon capo e della formazione ad hoc potrebbero risolvere il problema ed aiutarti a trovare la tua bussola.
Allineamento con le aspettative di ricompensa
Ci sono due tipi di ricompense ed entrambe sono importanti. Le ricompense intrinseche sono basate sulla realizzazione personale che si ottiene da un lavoro ben fatto. Ricompense esterne comprendono lo stipendio e tutti gli altri benefit. Le aspettative di ricompensa devono essere corrisposte al meglio per essere soddisfatti. Se c’è un gap per troppo tempo, cresce il malessere verso il lavoro che si fa e non si è in grado di pagare l’affitto o il mutuo.
Allineamento con il capo
Si sente più spesso dire che le persone in realtà non lasciano il loro posto di lavoro, ma il loro capo. Come già detto, ci sono molte ragioni per lasciare un lavoro che non hanno nulla a che fare con il proprio capo. Tuttavia, un capo insopportabile è in cima alla lista dei motivi che spingono le persone ad aggiornare il proprio curriculum. Sei sicuro che il tuo capo ha i migliori propositi per te?
Se si registra un disallineamento in una qualsiasi di queste aree, bisogna innanzitutto ammetterlo a se stessi. Magari una semplice chiacchierata con il proprio capo o con un consulente di fiducia dell’azienda può aiutare. Bisogna però sempre affrontare il problema e fare il possibile per cercare una soluzione. Lo devi in primis a te e all’azienda. Ma, se si è giunti alla fase in cui si è a proprio agio guardandosi allo specchio e dicendo ad alta voce che si è tentato il tutto per tutto, allora potrebbe essere necessario passare al piano B. Se davvero non c’è un’altra via di uscita e il tuo malessere aumenta, è meglio andare via e aprire una nuova finestra sul mondo.
Giada B.
In un momento come questo, in cui il lavoro scarseggia e le speranze di trovare un’occupazione sono assai alte, è facile imbattersi in un “Gatto e la Volpe” dei giorni nostri, specialmente se si è alle prime armi. Ne è dimostrazione il mio amico M. che, avendo terminato la sua collaborazione nel museo ebraico della sua città natia, ha deciso di cambiare vita e tentare la fortuna a Milano. E così anche lui ha iniziato a centrifugare candidature nella speranza di ricevere qualche risposta. La prima volta che ho sentito M. nella sua nuova vita è stato qualche settimana fa, quando mi ha chiamata per dirmi che aveva risposto a un annuncio e che era stato contattato. Fin qui nulla di strano. Il problema è che l’annuncio era poco chiaro, non si capiva quale fosse il ruolo, nei requisiti poteva rientrare sia un ingegnere nucleare sia un neolaureato e soprattutto aveva ricevuto l’invito a colloquio dieci minuti dopo aver inviato la candidatura. E’ bastata una rapida ricerca online per confermare il sospetto che si trattasse di una truffa.
Ma non è sempre così semplice avere la giusta intuizione, perché il più delle volte non si tratta di vere e proprie truffe ma di raggiri: l’azienda esiste, l’organizzazione c’è, ma vi propongono altro rispetto alle premesse iniziali. Qualche giorno fa non a caso M. mi ha raccontato della sua disavventura con un’azienda che lo aveva contattato un mese dopo aver ricevuto la sua candidatura. Qui l’annuncio non esplicitava il nome del datore di lavoro finale, ma parlava di una vaga azienda in start up che cercava degli addetti vendita per un negozio. Nel primo colloquio durato una ventina minuti, il selezionatore aveva approfondito l’esperienze pregresse di M., ma non aveva dato alcuna informazione sulla posizione, né sui dettagli contrattuali; gli aveva semplicemente chiesto di testare il lavoro in un paio di ore in affiancamento il giorno dopo. Sono bastati quindi dieci minuti di prova sul campo per capire che da addetti alle vendite si passava a promoter e da promoter a venditori porta a porta di contratti per la fornitura di energia.
Per chi si approccia per la prima volta al mondo del lavoro la buona notizia è che dopo un po’ ci si fa le ossa e si diventa più scaltri. Nell’attesa di affinare le proprie armi di difesa, tenete presente questi semplici consigli:
1) Diffidate degli annunci poco chiari, in cui non è ben delineato il ruolo che andreste a ricoprire, dove non ci sono requisiti che restringono ad imbuto i candidati idonei, ma sono condizioni che vanno bene per tutti, e soprattutto non credete a coloro che vi promettono guadagni cospicui, facili e in poco tempo.
2) Non è una regola sempre valida, ma, se un annuncio è pubblicato su siti a pagamento, è improbabile che si tratti di una truffa. Diciamo che l’azienda che è disposta a pagare una job board per pubblicare un annuncio ha innanzitutto del budget da spendere e la necessità di avere una maggiore visibilità per intercettare i candidati migliori in minor tempo. Potrebbe però trattarsi di un’azienda comunque poco affidabile, che promuove un business sospetto.
3) Verificate se l’azienda che ha pubblicato l’annuncio che vi interessa ha pubblicato anche altre inserzioni per ruoli diversi. Questo dovrebbe essere sinonimo di garanzia.
4) Guardate online il sito aziendale, è difficile ad oggi che una realtà commerciale non abbia una propria finestra sul web.
5) Cercate su Linkedin, nella categoria Persone e Aziende, informazioni sulla società e sulle persone che ci lavorano. Se i risultati sono pari a 0 potrebbe trattarsi di una realtà fantasma.
6) Inserite su Google il nome dell’azienda e spulciate le prime due pagine, per verificare se tra i risultati della ricerca c’è qualche news riferita all’azienda.
7) Se nutrite qualche dubbio, date un’occhiata a questi siti in cui sono segnalate le aziende truffa da parte degli stessi utenti malcapitati: SOS Truffe Lavoro e Lavoro Truffa.
8) Avete già superato questa fase e concordato un colloquio conoscitivo? Fate attenzione al luogo in cui sostenete il colloquio, guardatevi attorno e, se avete il sentore che ci sia qualcosa di strano, poco professionale, nascosto, pensateci due volte ad accettare l’offerta.
9) Diffidate dei colloqui che durano meno di 20 minuti: per capire se la persona è in linea con il profilo cercato non basta nemmeno un’ora! Diciamo che il minimo sindacabile per iniziare ad intuire chi si ha davanti sono 40 minuti.
10) Se il selezionatore non cerca di capire quello che sai fare e quali sono le tue competenze, ma si spende solo per venderti la posizione e convincerti ad accettare, allora probabilmente si tratta di una truffa.
In bocca al lupo!
Giada B.
Chi come me è nato negli anni ’80 è cresciuto con l’idea che la buona volontà, un’ottima preparazione ed uno spiccato senso del dovere (assieme ad un pizzico di fortuna) sarebbero bastati per esaudire le aspettative professionali che i nostri genitori nutrivano nei nostri confronti. L’irrefrenabile desiderio di “sistemarsi” e, nonostante gli inevitabili up & down, di essere professionalmente appagati. Un lavoro che calza a pennello, che rispecchia le nostre attitudini, possibilmente ben pagato e non lontano dalla nostra dimora ci avrebbe assicurato un futuro sereno per 40 anni.
Non è solo un problema di mancanza di lavoro. Spesso il lavoro, anche se c’è, ci costringe a misurarci con ritmi frenetici, obiettivi disumani, un concetto di flessibilità snaturante e omologante, capi e colleghi irritanti, contenuti inconsistenti, allontanandoci sempre di più da noi stessi. Nelle aziende c’è ormai una sorta di masochismo dilagante che vede nell’andare oltre-la-propria-zona-di-comfort la prova di forza cui sono sottoposti i dipendenti.
Le scelte a questo punto sono due: c’è chi resta fedele al sistema perché ormai non ne sa fare a meno o perché ha la fortuna di essere appagato da un lavoro che lo gratifica, o chi è costretto a restarci ancorato perché ha una famiglia e un mutuo da pagare. E poi c’è chi, invece, vuole e può riappropriarsi della sua zona di comfort, per il quale il richiamo e il ritorno alla parte più autentica di se stessi è più forte di tutto, delle convenzioni sociali, delle opinioni della gente, della routine.
E di qui parte l’avventura di chi molla tutto e decide di fare il giro del mondo. Lo si fa per cercare delle risposte, per mettere a tacere le proprie inquietudini, per sperimentare nuovi modi di vivere e diverse forme di comunicazione, per conoscere altro da sé. Non so se alla fine del viaggio si torni con delle risposte o con le stesse domande del giorno della partenza. Non ha importanza, per me resta stra-ordinario chi decide di darsi una chance per crearsi nuovi orizzonti.
Questo è il mio orizzonte. Ingegnarmi per trovare un’alternativa a ciò che è già scritto, a ciò che è più facile e immediato. Avere la possibilità di trascorrere una vita piena di significato, orientata verso ciò che amiamo fare. La resa non è certa, ma, se è vero che ognuno di noi possiede già la capacità di cui ha bisogno per realizzarsi, dobbiamo solo capire dove guardare.
Questo blog è un luogo d’incontro per chi agisce e per chi fornisce l’ispirazione.
Giada B.